Supportare Israele contro Hamas e proteggere i palestinesi da Hamas non sono politiche contraddittorie, ha scritto giustamente ieri il Financial Times.
E giustamente da più parti si chiedono interventi umanitari per la popolazione civile di Gaza. Ma attenzione a non accettare che legittime preoccupazioni umanitarie si trasformino in un processo ad Israele, che è l’unica democrazia del medio oriente, l’unico paese del medio oriente in cui gli arabi possono votare liberamente, unico paese del medio oriente in cui un omosessuale può vivere senza paura di essere giustiziato, e l’unico Paese del medio Oriente in cui le donne possono vivere e parlare liberamente. Quarto premier di Israele dal 1979 al 1974, nonché presidente del partito laburista, Golda Meir (nata a Kiev) fu la terza donna nel mondo ad essere capo del governo. (l’avevano preceduta Sirimavo Bandaranaike (Sri Lanka) nel 1960 e Indira Gandhi (India) nel 1966). E tutti i suoi predecessori furono esponenti del partito dei lavoratori, poi diventato partito laburista, come poi lo furono Yitzhak Rabin, Shimon Peres ed Ehud Barak.
Scrive Mattia Feltri su “la Stampa” del 17 ottobre 2023 in un articolo dal titolo “Amore e tenebra”: “ Il problema delle piazze (numerose ma non numerosissime e non frequentatissime) in sostegno alla causa palestinese è di non riuscire a mascherare, con l’amicizia per un popolo, l’inimicizia per l’altro. Non l’inimicizia per il governo di Bibi Netanyahu, ma l’inimicizia per qualsiasi governo israeliano, di destra o di sinistra, poiché non ho memoria, sin da quand’ero ragazzo, di cortei nei quali lo Stato d’Israele non sia stato accusato di fascismo e genocidio. Come se la volontà popolare israeliana non possa che esprimere classi dirigenti fasciste dedite al genocidio. Come se l’abbiano nel Dna di essere fascisti e genocidi. Ho scritto inimicizia ma è molto peggio.
E infatti, dicono nelle piazze, noi non siamo antisemiti, siamo antisionisti – lo ha detto anche Mattia Santori, la sardina del Partito democratico, e lo scrivono in tanti sui social. Forse non tutti hanno idea del significato tremendo di antisionismo nella sua accezione originaria e precisa, cioè la negazione della legittimità di uno Stato nazionale ebraico. Ecco perché negli ultimi giorni sono state ricordate le parole di Giorgio Napolitano – “Nei nostri tempi l’antisemitismo si traveste da antisionismo” – o di Martin Luther King – “Quando qualcuno attacca il sionismo attacca gli ebrei, questa è la verità di Dio”. E credo che nessuno abbia spiegato bene il concetto quanto Amos Oz nel suo capolavoro, Storia di amore e tenebra: prima della Seconda guerra mondiale, scrisse Oz, sui muri d’Europa si leggeva “Sporchi ebrei tornate in Palestina”. Oggi sui muri d’Europa si legge “Sporchi ebrei fuori dalla Palestina”.
E molti protagonisti dei talkshow televisivi dimenticano che lo Stato palestinese non esiste perché gli arabi, sultani, sceicchi, emiri, principi e re non hanno voluto che esistesse uno stato Palestinese accanto allo Stato di Israele. L’obiettivo non era dare uno Stato ai palestinesi ma distruggere lo Stato di Israele. E dal 1948 siamo ancora qui. Anche coloro che sono preoccupati per gli abitanti della Striscia di Gaza, oggi dovrebbero manifestare, chiedendo a gran voce che Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Oman, Siria, Irak e Iran riconoscano lo Stato di Israele e che aiutino a fare di Gaza e della Cisgiordania, sotto l’Autorità Nazionale Palestinese, uno Stato democratico e liberale, avanzato economicamente e socialmente.
“Tutti a Gaza: Hamas non è la causa palestinese, è la causa dell’assenza di uno Stato palestinese” titola un articolo di Christian Rocca su “Linkiesta”.
“Il surreale dibattito italiano di questi giorni è guidato da improvvisati influencer geopolitici che non solo non conoscono la storia, ma nemmeno la cronaca. A cominciare dal fatto che la dittatura teocratica islamista governa la Striscia in seguito a un golpe militare contro l’Autorità Nazionale Palestinese e a una guerra civile che nel 2006-2007 ha lasciato per strada centinaia di cadaveri delle due fazioni.
Per parlare di Israele e di Hamas sarebbe necessario non dico conoscere la storia, ma almeno la cronaca.
Passi che non si sappia che gli ebrei abitano quella terra da sempre, passi che non si sappia che cosa sia successo nel 1948, quando le Nazioni Unite hanno proclamato la nascita di due nazioni, Israele e Palestina, e gli arabi il giorno stesso hanno detto di no alla Palestina e attaccato militarmente Israele.
Passi che non si sappia che cosa sia successo nel 1967 e nel 1973, passi che non si abbia nessuna idea su chi ha fatto saltare gli accordi di pace di Oslo e mille altre cose, compresi gli attentati suicidi, i missili e l’eterodirezione da Bagdad, da Damasco, da Riad, da Doha e da Teheran della “causa palestinese” che per i suoi burattinai esteri però non è mai stata tale, ma soltanto uno strumento di propaganda e di mobilitazione per giustificare l’unico vero obiettivo: la cancellazione di Israele, della cosiddetta “entità sionista”, dalle cartine geografiche e l’uccisione di tutti gli ebrei.
Hamas, nel suo statuto, profetizza con le parole di Maometto che il giorno del giudizio arriverà solo quando finalmente i musulmani uccideranno tutti gli ebrei e quando l’ultimo ebreo «si nasconderà dietro una pietra o un albero e la pietra e l’albero diranno: O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me, vieni e uccidilo!».
Ma veniamo, appunto, alla cronaca, visto che la Storia è materia troppo complicata da sintetizzare sulle storie di Instagram degli improvvisati influencer di geopolitica.
La cronaca dice che Gaza è un carcere a cielo aperto perché così ha voluto Hamas, una dittatura teocratica e reazionaria che ha fatto da modello all’Isis. Israele ha occupato la Striscia dopo la guerra con i paesi arabi del 1967, poi si è ritirato unilateralmente nel 2005 trascinando a forza i coloni israeliani e lasciando case, fattorie, fabbriche e infrastrutture che Hamas ha subito distrutto, condannando i palestinesi a contare solo sugli aiuti umanitari per sopravvivere. Hamas ha occupato militarmente Gaza cacciando dalla Striscia l’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) al termine di una guerra civile che ha lasciato centinaia di cadaveri palestinesi per strada.
Hamas aveva vinto le elezioni legislative del 2006, ma agli influencer che hanno dato un’occhiata a Wikipedia è sfuggito che l’Anp si è data una forma istituzionale semipresidenziale e quindi che Hamas non aveva eletto il Presidente. Nonostante ciò, Hamas ha creato a Gaza un suo apparato di sicurezza illegale in contrapposizione a quello legittimo con sede a Ramallah, e ha scatenato la guerra contro il presidente palestinese Abu Mazen.
La guerra civile palestinese è finita, si fa per dire, con Hamas da una parte a Gaza e con la vecchia organizzazione politica di Yasser Arafat, Fatah, alla guida della Cisgiordania. Durante la guerra civile centinaia di palestinesi sono stati uccisi da altri palestinesi, non ci sono mai più state elezioni e la posta in gioco, oltre al potere, è sempre stata ed è ancora oggi la stessa: la continuazione o il boicottaggio del processo di pace con Israele e la comunità internazionale. Ai tempi della guerra civile palestinese, il rappresentante dei palestinesi Abu Mazen era favorevole, Hamas no, perché l’obiettivo dell’organizzazione islamista, allora come oggi, non è mai stato quello della convivenza con lo Stato ebraico, ma quello di buttare a mare Israele e di uccidere tutti gli ebrei andandoli a cercare fin dietro gli alberi.
Il governo di Israele (non Israele) ha le sue responsabilità sulla situazione attuale perché negli ultimi anni si è radicalizzato parecchio, ha spaccato in due il paese che manifesta da quasi un anno tutte le settimane contro le politiche di Bibi Netanyahu e dei suoi fanatici sostenitori e, soprattutto, perché ha fomentato inutili tensioni in Cisgiordania, dove in teoria ci sarebbero i palestinesi che hanno rinunciato alla distruzione dello Stato ebraico, ignorando così i pericoli che sarebbero potuti arrivare da Gaza.
Questo va detto con chiarezza: all’ultimo governo Netanyahu ha fatto molto comodo il radicalismo teocratico di Hamas, tanto da averlo usato come spauracchio rispetto a possibili passi avanti sulla questione dello Stato palestinese, e anche come leva elettorale per unire i partiti religiosi e radicali in modo da restare ancora al potere e provare a salvare il premier dai suoi personali guai giudiziari.
Un calcolo cinico e tragico che però non cambia la questione principale: Hamas non rappresenta la causa palestinese, intesa come l’agognata nascita di un vero Stato palestinese di fianco a Israele, anzi è la causa principale delle sofferenze dei palestinesi e della carneficina in Terrasanta.
Senza Hamas e senza i suoi sponsor iraniani, qatarini e libanesi – sunniti e sciiti uniti dall’odio antiebraico e dal desiderio di strappare la guida del mondo islamico all’Arabia Saudita – probabilmente in Israele ci sarebbe un governo meno radicale e i palestinesi avrebbero già conquistato lo Stato che gli era stato riconosciuto nel 1948 e che i paesi arabi, per le stesse ragioni invocate da Hamas, hanno rifiutato.
L’altra questione è quella degli Accordi di Abramo (l’ipotesi di pace tra i paesi arabi – Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Marocco e Sudan – e Israele), al momento sospesi a causa dell’attacco militare di Hamas e della reazione bellica di Israele. L’Iran e Hamas non vogliono la pace in Medioriente, non hanno a cuore gli interessi dei palestinesi, sicché uno degli obiettivi del pogrom del 7 ottobre è stato quello di fermare lo storico riconoscimento di Israele da parte dell’Arabia Saudita. Questo è l’interesse contingente di Iran e di Hamas, assieme a quelli esistenziali di mobilitare il mondo islamico in una caccia globale agli ebrei e di delegittimare i sauditi come traditori dell’Islam. Gli influencer di Instagram, e gli allocchi che difendono le ragioni di Hamas confondendole con quelle dei palestinesi, non lo sanno o non se ne rendono conto ma in realtà con le oscene e maldestre “contestualizzazioni” della caccia all’ebreo del 7 ottobre si stanno impegnando affinché la mattanza di ebrei e di palestinesi continui in eterno e la possibilità di giungere a una pace si allontani definitivamente.”
E dopo i fatti di Arras e di Bruxelles ci aspettiamo che ci sia la ferma condanna del terrorismo e del fondamentalismo assassino da parte delle organizzazioni mussulmane, islamiche in Europa, e in Italia in particolare.
E forse non è il caso di congelare a Milano le fiorenti attività immobiliari ed economiche del Qatar, che a Doha ospita i capi di Hamas?
“La colpa, caro Bruto, non sta nelle nostre stelle, ma in noi stessi” “Buona notte, e buona fortuna”
Luigi Corbani
(martedì 17 ottobre 2023)

Questo testo è’ molto interessante e chiarisce molte cose sull’attuale situazione in Medio Oriente: perciò’ grazie.
Io sono solo una persona che sta cercando di capire, sia chiaro, non do’ giudizi. Prima però voglio dire che considero gli israeliani (almeno i laburisti e le persone umane e sensate) come miei cugini che mi assomigliano e che hanno molte doti e molti meriti. Considero l’attacco di Hamas ai kibbutz e ai ragazzi del rave come una cosa infinitamente atroce, crudele e inaudita nella sua ferocia.
Però’ c’è un aspetto che vorrei capire: il rapporto di Israele con i palestinesi non è’ stato sempre molto corretto mi pare, anzi abbastanza discriminatorio e oppressivo. Oppure no? Anche questo va valutato nel fare un ritratto fedele della situazione attuale. Mi piacerebbe sapere cosa lei ne pensa.
Pur concordando in generale con la lucida ricostruzione storico politica e la fotografia dell’odierna situazione di Corbani, non posso fare a meno di fare qualche considerazione di di real politik.
1) Il mondo arabo si sa che sia diviso fra quello sciita e quello sunnita. Da questo assunto deriva il successo della mossa di Trump di coagulare un fronte arabo sunnita composto da Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Emirati Arabi ( Qatar escluso) che non solo ne ha riconosciuto l’esistenza ma che vede in Israele un fondamentale alleato contro il principale comune nemico, cioè l’Iran che ha in Hezbollah e in Hamas la sua longa manus per destabilizzare quel quadrante geo politico che comprende Iraq, Siria e Libano e in parte lo Yemen. Quindi il mio primo distinguo è che il mondo arabo non è compatto contro Israele e non vede in questo paese l’unico demonio da eliminare. l’Arabia Saudita che ne è la potenza principale è molto più preoccupata che l’Irak regga come stato cuscinetto, dato che diversamente si troverebbe i pasdaran iraniani in casa, e combatte le formazioni sciite ovunque si trovino. In questo contesto gli errori sono stati molteplici nel tempo a incominciare da quelli made in USA ( sono degli specialisti di ignoranza di politica estera perseguendo pervicacemente il concetto che il nemico del tuo nemico è un tuo amico) di Israele nel tempo in cui poteva foraggiare e non combattere Abu Mazen perchè non facesse crescere il malcontento palestinese su cui si è tuffato Hamas rubando, radicalizzando e uccidendo foraggiati dal regista che ha scatenato tutto questo, cioè l’Iran. E’ assolutamente ingenuo pensare che l’orrore a cui stiamo assistendo non sia una strategia organizzata da anni dagli Ayatollah, per colpire attraverso Israele l’Occidente intero e i loro nemici sunniti, distraendo nel frattempo la protesta che monta all’interno dei loro confini. Chiudo per mancanza di ulteriore spazio. Andrea Bianchi