Che il marchese Sala del Grillo non sappia cosa sia Milano e cosa sia la politica e la democrazia è risaputo e confermato ogni giorno dalle sue dichiarazioni ai giornali e alle tv. Ma l’altro giorno, mentre parlava con quella sua aria da padrone di Palazzo Marino, per un attimo ho pensato che non fosse il marchese ma Crozza. “Invito i capigruppo della opposizione a prendere un caffè, perché tanto io non ho niente da riferire al Consiglio Comunale, e poi io ci vado quando posso. E poi quando vado, si attivano le solite polemiche, a favore di telecamere e di giornalisti. I consiglieri non si comportano bene, fanno schiamazzi, e il confronto civile diventa difficile. Certe cose (come buttare delle delibere nel cestino) non si devono vedere, i signori devono sapere che c’è una tradizione del Consiglio comunale da rispettare“.
Forse è meglio che lui, che non sa niente, si informi di quando nel Consiglio comunale di Milano volavano i posaceneri o di quando le sedute erano surriscaldate e si andava avanti anche per 24 ore di filato.
Lui non sopporta la discussione, il confronto. Per lui la democrazia consiste nel fatto che tutti hanno la possibilità di fare quello che dice lui, e ascoltarlo, adoranti.
Infatti lui ascolta solo le aziende private, i fondi americani, gli immobiliaristi, le imprese di costruzioni, perché lui è l’uomo del fare. Tutto il resto, le discussioni, il confronto, è perdita di tempo. Lui può perdere cinque anni e mezzo ad ascoltare il suo amico Scaroni, ma non dedica neanche mezza giornata ad ascoltare il Consiglio Comunale. Sto ancora aspettando una commissione consiliare da lui promessa a dicembre 2021, di confronto tra il Comitato SiMeazza, lui e i fondi americani: lui scappa di fronte al confronto. E allora si inventa che in Consiglio ci sono dei perditempo, quelli che pensano che non fare sia meglio di fare.
Perché lui è allergico a qualsiasi confronto con chi non ha le sue idee o non è subalterno a lui: la politica, il confronto, la mediazione, il compromesso sono perdite di tempo. Si fa come dice lui e basta. A lui bastano i suoi dipendenti (li ha scelti lui) della Giunta, o i dirigenti del Comune che ha scelto lui. Purtroppo aveva scelto anche i componenti della Commissione paesaggistica, ma lì, ci ha messo il naso la Procura, e allora ha dovuto fermarsi: c’è voluto un po’ di tempo, ma alla fine ha dovuto arrendersi, per lui se sette su quindici erano in conflitto di interesse, andava bene tutto.
Ma siccome nessuno della sua maggioranza chiede conto al marchese Sala del Grillo dei disastri che ha combinato e che combina, ecco che lui continua a insistere nel fare cose dannose per Milano. Lui ha sconvolto la fisionomia e la natura di Milano, favorendo speculatori di vario genere, e svendendo il patrimonio pubblico.
E qualcuno si domanda, legittimamente, dove stiano le ragioni politiche di tanto accanimento per demolire San Siro e svendere le aree, e far fare una gigantesca operazione immobiliare ai fondi americani. Tutti sono convinti che lui si ferma solo se la Procura, la Corte dei Conti o il Tar lo bloccano.
Perché per lui la politica è solo quello che decide lui, tanto che fa il furbo, facendo finta di aderire alle norme legislative ma intanto aggirandole alla grande. E la cosa sorprendente (o forse non tanto! ) che anche alcuni giornaloni abboccano alle sue squallide manovre. Facendo finta di aderire alla tanto vituperata legge del 1942 (obsoleta, diceva lui, come lo Stadio di San Siro), per la quale voleva una legge nazionale di “interpretazione autentica”, il marchese Sala del Grillo, con i suoi fidi scudieri del direttore generale e dell’assessore alla “degenerazione urbana”, vara una delibera per aggirare in tre casi una norma che non ammette deroghe, distinzioni, e indica solo un obbligo certo e preciso: l’art. 41-quinquies della legge urbanistica (aggiunto dall’art. 17 della l. 6 agosto 1967, n. 765) comporta, senza esclusioni di sorta, che «Nei Comuni dotati di piano regolatore generale o di programma di fabbricazione, nelle zone in cui siano consentite costruzioni per volumi superiori a tre metri cubi per metro quadrato di area edificabile, ovvero siano consentite altezze superiori a metri 25, non possono essere realizzati edifici con volumi ed altezze superiori a detti limiti, se non previa approvazione di apposito piano particolareggiato o lottizzazione convenzionata estesi alla intera zona e contenenti la disposizione planivolumetrica degli edifici previsti nella zona stessa».
Più chiaro di così: in tutto il Comune, ovunque a Milano, vale questa norma! E c’è di più: non solo la Procura ha chiesto, ma due Gip diversi hanno stabilito tre sequestri cautelari, confermati dal Tribunale del Riesame, ribadendo che per edifici oltre i 25 metri vi è l’obbligo (obbligo !) di piano attuativo, sottoposto alla deliberazione del Consiglio Comunale.
Nella delibera n. 552 del 7 maggio 2025 non sono allegate, o comunque non pubblicate le relazioni tecniche (un parere in materia urbanistico-edilizia, uno di analisi e verifica degli aspetti tecnico urbanistici, e uno di analisi e e verifica degli aspetti economico e finanziari) dei consulenti (chi? scelti come?) incaricati dalla Amministrazione comunale.
Sta di fatto che la Giunta ha deliberato su una materia di esclusiva competenza del Consiglio Comunale, con un chiaro abuso di potere, e ha agito come fosse di fatto in vigore il “Salva Sala”, che giace esangue al Senato.
E sono sicuro che nessuno della Giunta ha capito che se vengono rilasciate licenze senza piano attuativo, in base a questa delibera, ciascuno di loro potrebbe avere delle serie conseguenze penali poiché l’inadempimento dell’obbligo di piano attuativo equivale al reato di lottizzazione abusiva.
Ma quali sono le ragioni di questi comportamenti del marchese Sala del Grillo, e dei suoi portaborse ? Insipienza, arroganza, o connivenza con la logica speculativa delle tante vicende edilizie sotto il faro della Procura e di cui un esempio mastodontico sono le “mani su San Siro”.
Ed è sintomatico che tutto l”affaire” San Siro non abbia mai visto una delibera del Consiglio Comunale. e anzi è vietatissimo parlarne o addirittura chiamare in commissione consiliare qualcuno che sia in sospetto di parlare della origine e delle sedi dei fondi “americani”. Non bisogna disturbare il manovratore, che agisce fuori da ogni norma del PGT, che svende il patrimonio pubblico, che convoca, al posto dei dirigenti, le conferenze dei servizi, che dovrebbero essere preliminari alla dichiarazione di interesse pubblico o alla pubblicazione di avvisi di manifestazione di interesse.
Fino a quando può andare avanti questo andazzo affaristico e questo abusivismo? E’ possibile che il Consiglio Comunale, tutto, maggioranza e opposizione, non avvertano come un grave danno alla immagine della politica e delle istituzioni democratiche elettive, se i cittadini sono costretti a ricorrere al potere giudiziario (penale, contabile e ammnistrativo)?
Se la politica e le istituzioni non sono in grado di dialogare con il malcontento e il malessere dei cittadini, si apre un problema democratico: perché nei sistemi democratici liberali, tra una elezione e un’altra, è un dovere politico e istituzionale di chi esercita il potere, interloquire con i movimenti dei cittadini, tanto più allorquando non esiste più una rappresentanza partitica degna di questo nome. Sono questi momenti intermedi, partiti, organizzazioni e movimenti, che saldano i cittadini alle istituzioni. Le concezioni “padronali” che confondono la stabilità di governo o amministrativa con il cesarismo monocratico, investito di un potere assoluto, senza controllo e senza contrappesi, portano a “tirare dritto”, come ha affermato il marchese Sala del Grillo, senza rendersi conto che tale frase non porta un granché bene, ed è foriera di disastri personali e collettivi.
Mi chiedo se qualcuno della maggioranza o degli assessori ha mai avuto occasione di questi tempi di andare a una fermata dei mezzi pubblici di superficie, di stare in un ambulatorio medico, di sentire i commenti dei pensionati che osservano i lavori pubblici, di ascoltare un autista dell’Atm o un tassista, e di sentire i commenti su questo Sindaco, considerato il peggior sindaco che questa città abbia mai avuto dal dopoguerra.
L’unico commento positivo è che per fortuna dura solo due anni ancora. Ma consiglieri di maggioranza e di opposizione non devono confidare che gli uni saranno votati per non dare la città alla destra (forse non hanno ancora percepito che al governo c’è la destra-centro) e che agli altri di fronte alla cattiva amministrazione esistente il consenso arriverà comunque e che possono candidare anche un cavallo, tanto la gente li voterà.
Di mezzo ci va la città, in cui aumenta il disprezzo per la politica e per i politici.
Est unus quique faber ipse suae fortunae, scriveva Appio Claudio, per affermare che non possiamo aspettare la sorte, il fato, il destino, le stelle. Ma dobbiamo crearci noi il nostro avvenire e la nostra “fortuna”, e questo vale in politica più che in qualsiasi altra attività umana.
“la colpa, caro Bruto, non sta nelle stelle, ma in noi stessi”
“Buona notte e buona fortuna”
Luigi Corbani
(giovedì 15 maggio 2025)
