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Il re è nudo: l’ipocrisia e la caduta della casta/3

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Ed eccoci ad un’altra ipocrisia: la stampa.                                                                                                    “La vera separazione delle carriere che la politica dovrebbe fare è quella tra giornalisti e magistrati inquirenti”. In una intervista al “Foglio” qualche anno, Frank Cimini, cronista del “Mattino”, raccontava quello che tutti sapevano ma non volevano dire. “Anni dopo ci sarà chi scriverà di un patto tra magistrati e giornalisti. – scriveva il Foglio – Informazioni selezionate e distribuite accuratamente alla stampa, telefonate tra i vertici dei principali quotidiani per decidere la linea, articoli che colpivano con precisione chirurgica”. “In realtà – spiegava al Foglio – questo meccanismo che lega inquirenti e mezzi di informazione c’è sempre stato. Soprattutto nella fase delle indagini preliminari in cui il Pubblico Ministero è il signore assoluto. Durante Tangentopoli ci fu uno scambio. Gli editori dei ‘giornaloni’ si schierarono e ottennero l’impunità. Fu un “do ut des”.  “Vedendo che la politica era debole, decisero di scardinarla. Così diventarono un potere che nessuno è più riuscito ad arginare”.

Fa una certa impressione leggere la frase di Pier Paolo Pasolini (Corriere della Sera “Perché il processo”, 28 settembre 1975): “Dunque, al centro e al fondo di tutto, c’è il problema della magistratura e delle sue scelte politiche. Ma, mentre contro gli uomini politici, tutti noi, cari colleghi della ‘stampa’, abbiamo coraggio di parlare, perché in fondo gli uomini politici sono cinici, disponibili, pazienti, furbi, grandi incassatori, e conoscono un sia pur provinciale e grossolano fair play, a proposito dei magistrati, tutti stiamo zitti, civicamente e seriamente zitti. Perché? Ecco l’ultima atrocità da dire: perché abbiamo paura”.

La stampa non solo ha avuto paura dei magistrati inquirenti, ma si è fatta parte del complesso “mediatico-giudiziario”, di cui oggi sono vittime gli stessi magistrati del Consiglio superiore della Magistratura.

«E infine c’è la stampa, che nella battaglia intorno al Csm ha svolto un ruolo cruciale: a volte facendo il suo mestiere, a volte venendo – consapevolmente o meno – utilizzata nei violenti scontri tra magistrati e fazioni. Nel cd consegnato al Csm ci sono le registrazioni dei contatti ravvicinati tra il pm romano Stefano Rocco Fava e due giornalisti, Marco Lillo del Fatto quotidiano e Giacomo Amadori della Verità. È Fava a passare ai due giornalisti il testo del velenoso esposto contro il procuratore uscente di Roma, Giuseppe Pignatone e il suo vice Paolo Ielo, che, secondo l’inchiesta, costituì un tassello fondamentale della strategia per conquistare la Procura di Roma. Ma a colpire, chi ha potuto leggere le intercettazioni, è la sicumera con cui Fava spiega a Palamara di avere il pieno controllo di quanto può trapelare grazie alla stampa amica e concorda con lui addirittura i tempi di uscita degli articoli»[Luca Fazzo  “Il  Giornale” ].

“All’enorme potere politico della magistratura inquirente fa da contrappunto il potere dei media, che ha paradossalmente sopravanzato il primo. Basta leggere le ricostruzioni con cui “Repubblica” attribuisce ad altri giornali una campagna contro l’ex procuratore di Roma Pignatone” dice in una intervista a “Il dubbio” l’avvocato Caiazza, presidente dell’Unione delle Camere Penali “Il potere della Procura è immenso, politico e dirompente. L’azione penale presuppone valutazioni sulle priorità da seguire? Se sì, è discrezionale e quindi politica ed è esercitata da chi non è chiamato a rispondere delle proprie scelte”  “Per noi l’azione penale resta obbligatoria, ma esercitata nei modi e nei casi previsti da una legge del Parlamento”

La cosa tragica è che oggi alcuni magistrati, che non sono indagati, sono però travolti dalle notizie di una indagine e subiscono i danni di uno dei tantissimi processi mediatici, a cui ci hanno abituato procure e giornali. “Ora i quotidiani si accusano tra loro di aver agito in modo da screditare l’uno o l’altro magistrato. E alcune ricostruzioni mostrano come il singolo quotidiano avesse in effetti il potere di delegittimare un procuratore o un aspirante tale o comunque di intervenire pesantemente nelle dinamiche della sua scelta, Ed è chiaro come l’interesse dei giornali, di schieramenti anche opposti, derivi proprio dalla natura politica  del potere che sarà esercitato dal magistrato sul quale ricadrà la scelta. – dice l’avvocato Caiazza – Ci ricorda che un sistema democratico funziona se chi fa  scelte politiche decisive per la vita del Paese poi ne risponde; cosa che oggi non avviene assolutamente per il capo di una procura.”

Scontiamo il malsano, tremendo uso politico-giornalistico della ”informazione di garanzia” (altrimenti detto “avviso”) che, da strumento per tutelare l’indagato, è diventato lo strumento più efficace e immediato per decretare la condanna di un avversario politico, grazie all’amplificazione mediatica.

Il fatto è che la politica ha abdicato, per paura o per scelta, alla sua autonomia, anche perché i partiti hanno badato più  che a determinare la politica nazionale, ai loro piccoli interessi di parte. Dimenticavo, fra l’altro che ai magistrati è fatto divieto di iscrizione a partiti politici perché sono “al servizio esclusivo della Nazione”, ma non è fatto divieto dirigerli dall’esterno o farsene di propri, magari con proclami al popolo o altri strumenti mediatici.

“”La colpa, caro Bruto, non è nelle nostre stelle, ma in noi stessi.” Buona notte, e buona fortuna”

Luigi Corbani

(sabato 8 giugno 2019)

 

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