Gli orfani del sistema maggioritario non si arrendono all’idea che la politica venga prima delle leggi elettorali, anzi, al fatto che tentare di ingabbiare la politica nelle leggi elettorali non funziona. Non si arrendono neanche davanti al Regno Unito, patria del bipartitismo storico, sostituito, da tempo, di fatto, da un sistema pluralistico. E poi almeno un esame obiettivo delle ragioni e dei torti della propaganda sul maggioritario sarebbe cosa giusta e onesta dal punto di vista intellettuale.
Si sono promossi referendum, iniziative per affermare che con il maggioritario si sarebbe avuta maggiore stabilità e semplificazione politica. Dopo le dimissioni di Renzi, nel 2016, il Presidente della Repubblica consultò 19 forze politiche presenti in Parlamento: una grande semplificazione, non c’è che dire. Nella XI legislatura, (1992-1994) la più breve della storia repubblicana (722 giorni), l’ultima della cosiddetta prima repubblica, i gruppi erano 14. Nella X legislatura (2 luglio 1987-22 aprile 1992) i gruppi erano 12.
In totale, in 25 anni, (dal 11 maggio 1994 ad oggi), ci sono stati 15 governi con una durata media di 20 mesi.
Dal 14 luglio 1946, in 47 anni e 10 mesi, ci sono stati 45 governi in carica, con una durata media di 13 mesi.
Ora tutta questa enfatizzazione del maggioritario ha aumentato la durata media dei governi di solo 7 mesi ( 220 giorni in media in più).
In tutti questi anni si sono di fatto confusi i termini: la stabilità di governo non equivale alla stabilità politica, e la stabilità politica può esserci anche con una instabilità di governo.
In realtà, l’Italia ha avuto una grande stabilità politica ( uguale a quella del Giappone) pur con il variare dei governi. Nel 1946 il Paese era fra i più disastrati del mondo e nel 1987 era considerata la settima potenza industriale del mondo.
Tra il 1950 e il 1973 il reddito pro capite italiano passò dal 38% al 64 % di quello americano e dal 50% al 88% di quello inglese.
Nel 1992 il nostro reddito pro capite era pari al 76% di quello americano e pari a quello di Germania e Gran Bretagna.
Tra il 1992 e il 2000 il tasso di crescita del nostro PIL è stato il più lento di tutti i Paesi occidentali e il decennio 2001-2011 è stato un decennio perduto. Nel periodo 2005-2008 il calo dell’Italia – a detta degli economisti – è paragonabile a quello dell’Italia durante la grande depressione dei primi anni Trenta.
Per 50 anni, l’Italia ha avuto un sistema proporzionale con 32 circoscrizioni plurinominali assegnatarie di un numero di seggi variabile a seconda della popolazione ed ogni elettore aveva a disposizione un massimo di quattro voti di preferenza. Ci fu un tentativo di inserire nel 1953 una legge “truffa” ( la lista o il gruppo di liste che avesse superato la metà dei voti validi avrebbe ottenuto il 65% dei seggi) ma abortì perché la coalizione centrista ottenne il 49,8% dei voti e la legge venne subito abrogata.
Ebbene in questi 50 anni il PIL pro capite dal 1945 al 1994 è cresciuto del 950%.
In vent’anni dal 1994 al 2013 solo dello 8%.
Però abbiamo avuto quattro leggi elettorali, segnale chiaro lampante di instabilità politica, culturale, istituzionale: 1993 la legge Mattarella, poi 2005 la legge Calderoli (detta Porcellum), poi l’Italicum ( con il 40% dei voti ottenevi almeno il 54% dei seggi parlamentari ). Per chi non lo ricordasse nel 1923 venne introdotta la legge Acerbo: sistema proporzionale con premio di maggioranza: un collegio unico nazionale diviso in 16 circoscrizioni; chi prendeva più del 25% dei voti validi otteneva i due terzi dei seggi parlamentari. Una curiosità: i popolari proposero di innalzare il quorum al 40% dei voti validi, ma il loro emendamento venne respinto. La legge Acerbo venne considerata di fatto il “suicidio di un’assemblea rappresentativa”. Ed è storia di oggi, infine dal 2017, il Rosatellum basato sulle coalizioni.
Il tentativo di mettere la rappresentatività, nel letto di Procuste della governabilità, in questi vent’anni è miseramente fallito ed è ora di prenderne atto.
Qualcuno dovrebbe ricordarselo prima di enfatizzare ancora un sistema che ci ha dato quattro leggi elettorali e instabilità politica e di governo. Non abbiamo avuto né rappresentatività né governabilità. Certo, fare politica, fare compromessi, fare accordi tra diversi è più difficile di fare accordi elettorali, che peraltro si sciolgono al caldo del potere come il gelato al sole: storia di questi anni.
A proposito di storia, bisognerebbe ricordare che nel 1948 la DC, che aveva avuto alle elezioni del 18 aprile, la maggioranza relativa dei voti e la maggioranza assoluta dei seggi, fece un governo con il PRI, con il PLI e con il PSLI (Partito socialista dei lavoratori). Era l’epoca in cui più dei numeri contava la politica.
“La colpa, caro Bruto, non è nelle nostre stelle, ma in noi stessi. Buona notte, e buona fortuna”
Luigi Corbani
(Milano, 7 maggio 2019)

Sulla questione delle leggi elettorali nutro qualche perplessità su quanto scritto. Una legge proporzionale oggi deve fare i conti con una seria soglia di sbarramento . Ma una legge elettorale deve essere conseguente ad una architettura istituzionale che deve rivedere il bicameralismo perfetto ,il rapporto Governo /Parlamento e Governo/ Regioni e le deleghe alle Regioni
Noi abbiamo proposto (e raccogliamo le firme su change,org) di abolire il Senato e ridurre a 315 i deputati. Con 315 deputati /con collegi al massimo di 15 deputati) si crea uno sbarramento del 6,5%, direi naturale.
La logica dell’abolizione del Senato e di una Camera più snella è quella dei poteri legislativi delle Regioni e del Parlamento Europeo.
Il Parlamento europeo deve diventare una entità legislativa per fare quello che è sempre più necessario: per esempio, un mercato unico del lavoro, con tutele e diritti a livello europeo; una fiscalità, progressivamente unitaria, sia diretta che indiretta; ecc. ecc. Sul Migliorista ci sono alcuni articoli che illustrano la proposta.