
Molti amici mi hanno chiesto di cambiare la frequenza di questi brani di Shakespeare, perché non riescono a seguire questa cadenza quotidiana. Per questo ho pensato di rendere settimanale questo appuntamento, al sabato. Intanto in attesa di sabato 11 gennaio per proseguire con i brani del Bardo, pubblico oggi il testo di Silvio d’Amico nella sua “Storia del teatro drammatico” – edizione ridotta a cura di Sandro d’Amico – maggio 1970 – Garzanti (pagine 223 e seguenti).
WILLIAM SHAKESPEARE
William Shakespeare nacque nel 1564 a Stratford sull’Avon, regnando Elisabetta Tudor, da famiglia di borghesi agiati poi decaduti, che pretendevano al diritto d’avere uno stemma nobiliare (che otterranno solo dopo le fortune economiche e artistiche del figlio). Sua madre era cattolica, e si è supposto che anche suo padre lo fosse.
Con elementi cattolici, Guglielmo ragazzo ebbe consuetudine, come dimostrano più tardi nell’opera sua una evidente conoscenza del culto cattolico e della mentalità cattolica, e una certa compiaciuta simpatia per figure del clero cattolico. Prestissimo, a soli diciott’anni, Guglielmo si sposa con una Anna Hathaway, di venticinque, dalla quale avrà tre figli: Susanna, Hamnet e Judith.
Nel 1586, a ventidue anni, lascia la famigliola, e se ne va a cercar fortuna a Londra.
C’era già in lui, partendo, il proposito di darsi al Teatro? Aveva egli assistito, nel paese natale, a spettacoli drammatici, e a quali? Certo è ch’egli va subito a cercar lavoro presso un cittadino, quel James Burbage impresario del già citato Theatre, e trova impiego presso di lui. Qui la sua ascesa fu rapida: presto ammesso a recitare, divenne anche raffazzonatore di copioni da mettere in scena.
In questa bisogna, e nel frequentar le taverne dove convenivano i suoi compagni di mestiere, ossia gli attori-autori, dovette risentire lo stimolo a riprendere gli stud interrotti: per il che gli giovò da principio la compagnia d’un altro concittadino già suo condiscepolo a Stratford, e adesso editore e autore d’opere erudite, Richard Field.
Ripreso così contatto con la poesia, fra il 1593 e il 1594 Will pubblica i suoi due poemetti, Venus and Adonis (Venere e Adone) e The Rape of Lucrece (II ratto di Lucrezia); questi hanno gran successo fra i letterati, lo fanno paragonare a Ovidio e a Seneca e salutare come il « Terenzio inglese», lo collocano in primo piano fra i poeti suoi compagni d’arte e di bevute, e insieme lo introducono nell’intimità di grandi signori amanti delle lettere, il Southampton (a cui Venere e Adone è dedicato), il Rutland e l’Essex.
È presso costoro che egli conoscerà Giovanni Florio: figlio di un profugo italiano a Londra, e grande umanista, da cui il poeta apprenderà tutto quel che sa d’italiano; le novelle del Da Porto, del Bandello, di Giraldi Cinthio, di ser Giovanni Fiorentino, le opere di Ariosto e di Machiavelli.
Senonché i mestieri di cui Shakespeare vive son sempre quelli del Teatro: attore, e riduttore di copioni. Non si conoscono i primi lavori da lui fatti in questo senso. Si è attribuito alla sua calligrafia un tratto di centoquarantasette versi, in caratteri gotici e siglati B. m. W. S. sul copione d’un dramma su Tommaso Moro, proibito dalla Censura. Vanno invece col nome di Shakespeare, ma di certo sono soltanto rifatti da lui, il Tito Andronico e la parte prima dell’Enrico VI; a una collaborazione con Marlowe si attribuiscono la seconda e la terza parte dello stesso Enrico VI, e addirittura il Riccardo III. Infine, quando i primi successi hanno arriso al giovine fornitore di copioni, egli si mette a lavorare da solo; ma (si noti una volta per sempre) non mai inventando, sempre o rifacendo lavori precedenti, oppure adattando per la scena cronache, racconti, novelle.
Nel 1597 James Burbage muore, e nella proprietà dei suoi due teatri, gli succede il figlio Richard, “il Roscio inglese”, il più grande attore dell’epoca, dalla voce calda e dal gioco mimico potente.
L’anno 1598 il Theatre è demolito, e in sua sostituzione si costruisce il Globe, gestito da Richard in società con William: questo s’inaugura con l’Enrico V. Ormai Shakespeare è forte d’una quadruplice esperienza: d’autore, d’attore, di impresario e di regista. La sua fantasia di poeta può sbizzarrirsi sui pretesti, ancora sommari ma già meno rozzi d’un tempo, che il nuovo teatro, il Globe, gli offre. Fedele alla tradizione anticlassica, al gusto della folla che vuole il clown anche nella tragedia, e alle pratiche capacità e opportunità della compagnia – che accanto a Burbage, il grande tragico, ha Kempe, il buffone prediletto dal pubblico – Shakespeare non solo alterna commedie e drammi, ma anche nel dramma tragico introduce elementi e personaggi comici. Quanto alle personali qualità d’attore di Shakespeare, è stato asserito che fossero mediocri e ch’egli non Sali mai alle prime parti. In realtà, se nell’Amleto faceva lo spettro, nell’Enrico IV e nelle Allegre comari di Windsor pare abbia interpretato Falstaff, parte come ognun sa di primissimo ordine.
È in questo ambiente che Shakespeare autore crea e mette in scena – insieme con opere altrui, comprese quelledi suoi rivali: Ben Jonson, Beaumont e Fletcher, Webster – i suoi propri capolavori, da Romeo e Giulietta e dalle commedie fino ad Otello, Amleto, Re Lear. La sua fama diviene grande; gli stessi seguaci di scuole opposte alla sua, pur insistendo nelle riserve, rendono omaggio al suo genio. Presentato alla Regina da lord Southampton, Elisabetta lo predilige; dal 1599 in poi, chiama a Corte la sua compagnia per le feste di Natale.
Ma intanto Shakespeare è giunto all’agiatezza. Con la sua paga d’attore, coi suoi proventi d’autore, e col dieci per cento sui guadagni del Globe, ha accumulato un bel gruzzolo. Nel 1603 il nuovo re Giacomo I concede alla compagnia del Globe il titolo di King’s Men, e l’autorizzazione a recitare in qualunque città del Regno. Nel 1610 i guadagni di Shakespeare s’accrescono, per esser
divenuto socio di Burbage anche nella gestione d’un altro teatro, i Blackfriars. Infine nel 1612 il poeta realizza il suo nuovo sogno, di abbandonare il tumulto di Londra per ritirarsi negli ozi contemplativi della campagna natale. Ma godere a lungo la vagheggiata pace non gli è concesso; nel 1616, a soli cinquantadue anni, lo coglie la morte. A Stratford fu di ragion pubblica che Shakespeare era morto papista, cioè cattolico.
(mercoledì 8 gennaio 2025)
