
How careful was I when I took my way,
each trifle under truest bars to thrust,
that to my use it might unused stay
from hands of falsehood, in sure wards of trust!
But thou, to whom my jewels trifles are,
most worthy comfort, now my greatest grief,
thou best of dearest and mine only care,
art left the prey of every vulgar thief.
Thee have I not locked up in any chest,
save where thou art not, though I feel thou art,
within the gentle closure of my breast,
from whence at pleasure thou mayst come and part;
and even thence thou wilt be stol’n, I fear,
for truth proves thievish for a prize so dear.
Emma Topping recita il Sonetto 48
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John Gielgud recita il Sonetto 48
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Traduzione di Eugenio Montale – Quaderno di traduzioni – a cura di Enrico Testa – Mondadori 2021
Con che animo, partendo, li ho rinchiusi,
i miei ninnoli, e con che serrature,
per trovarli, inusati, al mio solo uso,
da mani d’altri, cupide, al sicuro.
Ma tu che rendi men che nulla questi
gioielli se ti mostri, tu mio primo
conforto e ora mio cruccio, preda resti
d’ogni furfante che ti s’avvicina.
Non t’ho messo in alcuno scrigno, fuori
di quello in cui non sei, ben ch’io ti senta
qui pure: nell’asilo del mio cuore
dove tu giungi e parti a tuo talento.
Per essermi rubato, poi: se avviene
ch’è ladra anche virtù con un tal bene.
Traduzione di Alessandro Serpieri
da “ Shakespeare Sonetti ” Classici Rizzoli, Milano 1991.
Quanta cura presi, nel mettermi in cammino,
di riporre ogni inezia dietro le sbarre più fidate,
così che, per il mio uso, restasse non usata
da mani disoneste, in celle ben sicure!
Ma tu, al cui confronto i miei gioielli sono inezie,
tu, mio conforto più prezioso, ora mia più grande pena,
tu migliore d’ogni cosa più cara, e mio unico affanno,
sei rimasto preda d’ogni ladro volgare.
Te non ho serrato in uno scrigno,
se non là dove non sei, pur se sento che ci sei,
dentro al gentile recinto del mio petto,
di dove a tuo piacere puoi venire e andare;
e di lì appunto sarai rubato, io temo,
perché la virtù si fa ladra per una preda così preziosa.
Letture: «Sonetti di William Shakespeare» [1953]
Nell’intricata selva della questione shakespeariana il problema dei sonetti forma uno dei nodi più arruffati. È dubbio che siano tutti di Shakespeare, si ignora chi sia il loro dedicatario, non si sa in quali anni furono composti. Ipotetici sono i nomi dell’uomo (o dei due uomini?) e della dama bruna che li hanno ispirati, insoddisfacente l’ordine a essi attribuito dal loro primo editore, il Thorpe, nel 1609. Enigmatici sono, infine, una parte dei sentimenti ch’essi esprimono. (Dedico queste non peregrine informazioni a chi si mostra convinto che la poesia velata sia un’invenzione dei nostri tempi.)
La nuova collana dei «Poeti stranieri tradotti con testo a fronte» ora iniziata dall’editore Einaudi non poteva cominciar meglio che con questa scelta (Sonetti di W.S.) a cura di Alberto Rossi, uno studioso che ha al suo attivo traduzioni impeccabili. Il Rossi ha presentato i suoi sonetti (77 su 154) nell’ordine dato dal Thorpe, rinunciando a cercare un filo conduttore che forse non c’è; e ha tradotto con proprietà ed eleganza superando senza dubbio i risultati dei suoi predecessori. Ha poi dotato il libro di un saggio introduttivo di ben centosessanta pagine, nel quale con molta dottrina fa tabula rasa delle molte ipotesi escogitate per sciogliere il mistero di questi sonetti. Consapevole che a un decasillabo inglese raramente può corrispondere un endecasillabo italiano egli ha dissolto i sonetti in una libera trascrizione in quasi-prosa, rinunciando naturalmente alle rime e alle assonanze che sono pure così importanti nelle cobbole finali. Talvolta però egli si concede un endecasillabo e allora il verso inglese appare semplificato. Es: «And this my hand against myself uprear» reso con: «E in mio sfavore questa mano levo». Di solito il verso lungo del Rossi non ha cesura sensibile e ciò porta a una battuta di metronomo sempre diversa che non ha riscontro nella regolarità del testo.
Io penso che il Rossi, se vorrà un giorno completare il suo lavoro, com’è augurabile, dovrà decidersi per una versione attenta alla parola ma francamente prosastica, eliminando quella cantabilità che oggi, qua e là, cerca di affiorare dalle sue versioni ma ripiega subito, priva di misura. Ho detto che alcuni di questi sonetti sono pressoché indecifrabili. Tipico il cxxv che è normalmente considerato come un sonetto d’amore e che invece, anni fa, uno studioso italiano, il Cellini, tentò di dimostrare dedicato non già a un lovely boy ma.. alla Chiesa cattolica. Una tradizione assai incerta vuole infatti che Shakespeare sia morto nella fede cattolica. Ora, se non ostasse la difficoltà del primo verso, quel sonetto si aprirebbe in modo accettabile con la chiave offerta dal Cellini; così come alcune liriche del Dolce Stil Nuovo si aprono veramente coi grimaldelli trovati dal Rossetti, dal Pascoli e dal Valli. Si resta però sempre nel regno delle congetture e in complesso direi che il Rossi abbia ragione nel proporci un’estrema prudenza. Se il «romanzo» dei sonetti shakespeariani non esiste o non è stato ancora scoperto, nulla ci autorizza a credere ch’esso aumenterebbe per noi il valore poetico di queste immortali liriche, che probabilmente non furono scritte con l’intento di formare un canzoniere unitario.
Eugenio Montale – Quaderno di traduzioni – a cura di Enrico Testa – Mondadori 2021
(sabato 4 gennaio 2025)
