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Sonetto CXXIII – Shakespeare 16

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Sonetto CXXIII

No, Time, thou shalt not boast that I do change:

Thy pyramids built up with newer might

To me are nothing novel, nothing strange;

They are but dressings of a former sight.

Our dates are brief, and therefore we admire

What thou dost foist upon us that is old;

And rather make them born to our desire

Than think that we before have heard them told.

Thy registers and thee I both defy,

Not wondering at the present nor the past,

For thy records and what we see doth lie,

Made more or less by thy continual haste.

        This I do vow, and this shall ever be;

        I will be true, despite thy scythe and thee.

No, Tempo, tu non ti potrai vantare che anch’io muti:

Le piramidi che con nuova potenza torni a erigere

Non mi sono per nulla nuove, neppure in nulla strane;

Non sono che riallestimenti d’un antico spettacolo.

Sono brevi le nostre durate, e quindi noi ammiriamo

Quanto da te ci è imposto, e che è a dire il vero, vecchio;

Ma al pensare d’averne già udito parlante, la voce,

Credere preferiamo nasca tutto dai desideri nostri.

I tuoi registri e te, entrambi, o Tempo, sfido

Senza stupore alcuno del presente né del passato,

Poiché i tuoi monumenti e i nostri sogni, abbandonati

Più o meno incompiuti dall’incessante fretta, mentiscono.

             Di questo faccio giuramento, mi manterrò per sempre

             Fedele uomo a dispetto di te e della tua falce.

Traduzione di Giuseppe Ungaretti

“40 sonetti di Shakespeare – Oscar Mondadori 1967)


No! Tempo, tu non ti vanterai che io muti!

Le tue piramidi costruite con rinnovata potenza

Non sono per me nulla di nuovo, nulla di strano:

soltanto rivestimenti di uno spettacolo già visto.

I nostri giorni sono brevi, e perciò guardiamo stupiti

quello che ci propini di già vecchio,

e lo crediamo nato per il nostro desiderio

invece di pensare d’averlo già udito raccontare.

I tuoi registri e te insieme io sfido,

non meravigliandomi del presente né del passato,

perché i tuoi annali e ciò che vediamo mentono,

fatti più grandi o più piccoli dalla tua continua fretta.

                    Di questo faccio voto, e questo sarà sempre:

                     io resterò costante, malgrado te e la tua falce.

123

Questa è una grande sfida diretta al Tempo, in cui il poeta afferma la propria immutabilità, la propria permanenza, a dispetto del trasmutarsi rapido delle cose, del passare delle epoche e della breve durata della propria vita, nonché dell’ingannevole continuo spostarsi delle prospettive sul presente come sul passato. Finora protagonista, pur passivo, di questo agone  col Tempo era sempre stato il fair youth, la cui immagine veniva eletta dal poeta ad archetipo e contrapposta alla vecchiaia e alla morte (e si riveda, in particolare, in questa chiave il sonetto 59, così affine a questo sul piano tematico come su quello lessicale e metaforico; a quel sonetto si rimanda anche per la nota introduttiva, dove sono citati i passi dell’Ecclesiaste, I.9-11, e delle Metamorfosi, XV.279-84, che appaiono indirettamente presenti anche qui). Adesso la sfida avviene, invece, in prima persona, ed è un altro segno della spavalda asserzione della propria identità e autonomia che il poeta compie in questi ultimi sonetti della grande serie del fair youth.

Il Tempo è subito apostrofato come un teatrale antagonista, cui l’agonista poeta spunta le armi linguistiche (boast) con enfasi ridondante: «No! Time, thou shalt not boast that I do change!». Il Tempo è “scrittore” del già detto, trasformista ingannevole che imbroglia gli uomini con false novità.

La prima quartina offre interessanti analogie non solo con il sonetto 59 e in particolare con la sua prima quartina, ma anche con il sonetto 76 – della serie cosiddetta del “poeta rivale” -, e in particolare, anche in questo caso, con la sua prima quartina, nonché con i vv. 11-12. L’opposizione lì avanzata tra il poeta e il poeta rivale, retore e millantatore, dedito «To new-found methods, and to compounds strange», è molto simile a quella che si ha qui tra il poeta e il Tempo. SI confrontino gli aggettivi: Iì “new-found” e “strange”, qui novel e strange. Non c’è vera progressione (novità) semantica nelle metamorfosi del Tempo, nella sua “scrittura” mutevole, che presenta soltanto continui rivestimenti (dressings) dello stesso – così come non c’era senso inedito nell’oscura eccentricità del poeta rivale. L’antagonista ha in entrambi i casi le medesime funzioni, che fanno capo al mutamento. E il poeta smaschera proprio quel mutamento non solo come illusorio, ma come falso (secondo il consueto codice neoplatonico), edificando se stesso all’insegna della immutabilità: qui, nella sua poesia e nel suo atteggiamento spirituale, filosofico, esistenziale (viene ribadita, nel distico, la sua “verità”, la sua “costanza”, a ulteriore indiretta sconfessione della sua colpa di infedeltà, e quindi di “incostanza”).

La seconda quartina riconosce l’effimerità della vita e la conseguente ansia umana della rivelazione del nuovo – un’ansia che però fa solo il gioco del Tempo. Evitare i guasti dello scorrere dei giorni, sottrarsi al mutamento, non equivale pertanto a negare l’evidenza naturalistica del flusso e della decadenza (e si ricordi, già su questa linea, il sonetto 104), ma consiste piuttosto nell’affermare di non stupirsi, di non lasciarsi abbagliare dagli inganni delle forme, restando costanti (v. 14 true), fedeli a se stessi e all’immutabile centro semantico del mondo (che è il luogo delle Idee platoniche o della trascendenza cristiana).

Così la terza quartina argina l’effimero spettacolo illusorio della seconda, e Not wondering del v. 10 si oppone perentoriamente al we admire del v. 5. E si noti che la sfida avviene ancora una volta nel campo della “scrittura” opponendo quella vera, eterna, che è quella di questa poesia, alla “scrittura”. “, falsa, del Tempo (v. 9 Thy registers, v. 11 thy records): una “scrittura”, quest’ultima, che mente (doth lie) perché muta continuamente le prospettive, ingrandendo o diminuendo sia il passato che il presente, nella sua continua fretta di forme e di figure che non consente il disvelamento dell’essere. Si veda, al proposito, quanto scrive Lever (1956): «Ma gli scritti più imponenti del Tempo nel libro della Natura, le montagne e i mari che il Tempo vi aveva scritto, erano alterazioni e cancellature. […] Tutte le pretese del Tempo erano imposture» (p. 256). Gli scritti del Tempo mentono, perché non possono essere quello che sembrano, destinati, nella metamorfosi continua, a essere e non essere (e si ricordi, in questa luce, il sonetto 64: è terra ciò che era mare, mare ciò che era terra, ecc.). Come altrove l’archetipo o l’amore platonico o la poesia, qui il poeta stesso si arresta nel flusso del Tempo opponendovi la sua permanenza e la sua inalienabile fedeltà a se stesso. Il sonetto si chiude secondo un ritorno circolare all’incipit: this sball ever be e I will be true confermano la negazione iniziale del mutamento (thou shalt not boast that I do change).

2 pyramids: immagine che funziona in senso ampio, riferendosi in primo luogo alle piramidi vere e proprie, ma convogliando anche l’idea di qualsiasi grande monumento (e dietro la parola si risente forse l’eco dell’exegi monumentum oraziano), e quindi l’idea di monumenti più recenti (come indicherebbe newer might): monumenti che tuttavia sarebbe vano voler identificare – come è stato suggerlto, per i soliti confusi tentativi di datazione del canzoniere – con gli obelischi innalzati a Roma da Sisto V negli anni 1586-89 o con certi monumenti trionfali eretti a Londra nel I6o3 per l’incoronazione di Giacomo I.

4 Si confronti questo verso con lo stesso verso 4 del sonetto 59 «The second burden of a former child»; dressings: metafora del vestiario tipica di Shakespeare, a indicare inganno e vana apparenza.

6 dost foist upon us: il Tempo ingannatore “propina, rifila”, una cosa per un’altra: cioè cose vecchie per nuove.

7 them born to our desire: them sembra indicare “cose”, in generale, per aggancio logico con il What del v. 6, ma grammaticalmente, in quanto anaforico, potrebbe riagganciare il They del v. 4, che a sua volta anaforicamente si riferiva a Thy pyramids del v. 2. born: è emendamento comunemente accettato di bourn (“limite”) dell’in-quarto; il significato è che noi uomini preferiamo pensare che le cose nascano, siano create, per incontrare il nostro desiderio, per farci piacere, anziché credere che esse siano una vecchia storia, che siano già state “raccontate” (presentate) prima, nel passato.

11-12 L’inganno sta sia negli annali, nelle cronache, del Tempo, che nella nostra stessa percezione del presente, in ciò che vediamo, e che è sempre sotto il dominio del Tempo: così le prospettive si falsano continuamente, e tutto si ingigantisce o si rimpicciolisce a causa della fretta del Tempo (l’ingigantirsi sembra riguardare piuttosto il presente e il rimpicciolirsi il passato).

14 true: aggettivo dallo spettro semantico ampio come al solito, a indicare verità (contro la falsità del mutamento), costanza, fedeltà (in questo caso, del poeta a se stesso).

Traduzione e nota di Alessandro Serpieri “Sonetti” Rizzoli editore 1991


SONETTI di Shakespeare [Sonnets]. Raccolta di 154 sonetti di William Shakespeare , (1564-!616) scritti prima del 1600 circa, (a meno che non si sia perduta un’edizione del 1602) fino al 1609, quando vennero pubblicati con una dedica dell’editore Thomas Thorpe a un Mr. W.H.  definito “il solo “begetter” dei seguenti sonetti” («the onlie begetter of these insuing sonnets »).

Siccome i sonetti paiono gittare assai più luce che non i drammi,  sulla vita intima dell’uomo Shakespeare,  i critici si son dati un gran daffare per trovare una identificazione del misterioso Mr. W. senza peraltro giungere a risultati molto positivi. Secondo una corrente critica molto diffusa, si crede che i sonetti fossero indirizzati al conte di Southampton patrono di Shakespeare (W. H. sarebbero le iniziali invertite di Henry Wriothesley, Il nome del conte).

Altri, a cui non sembra che un editore avrebbe potuto designare un potente membro dell’aristocrazia con il semplice “Mr. W.H.” à pensato a William Hall, uno stampatore che avrebbe procurato il manoscritto (<begetter» può interpretarsi come “procuratore”  oltre che come “ispiratore”) senza peraltro venir incaricato della stampa.

Il problema dell’identificazione suggerì a Oscar Wilde (1854-1900) l’elegante novella “Il ritratto di Mr. W. H.”  [The Portrait of Mr. W. H.].

Un altro problema che à appassionato i critici è la identificazione del Poeta rivale a cui si accenna nei sonetti 78-86: Barnabe Barnes (1569-1609), George Chapman (1559-1634). Ma le investigazioni, sia su costui sia sulla Dama Bruna (“the Dark Lady”) di un altro gruppo di sonetti, non son riuscite ad accrescere la nostra conoscenza del particolari della vita privata di Shakespeare. Il tono dei sonetti che, a parte la convenzionalità di certi motivi, spira sazietà e pessimismo,  e pare preludere ad Amleto  e alle fosche tragedie seguenti, sembra rivelare uno Shakespeare ben diverso dal fortunato professionista della scena che emerge dagli aridi documenti biografici conservatici.

Motivi convenzionali certo ci sono, quali ricorrono negli innumerevoli canzonieri dell’epoca ispirati direttamente o indirettamente al Petrarca (così il motivo dell’immortalità assicurata dal verso, luogo comune oraziano messo in voga dai poeti della Pleiade; il tema dell’apparizione notturna dell’amata; i concetti in cui si contrastano occhi e cuore, ecc.); ma la maggioranza del sonetti di Shakespeare si distingue da tutti i canzonieri contemporanei per l’appassionato accento d’esperienza vissuta, al punto da farli deflnire da William Wordsworth  ”la chiave con la quale Shakespeare ci à aperto il suo cuore”  (sebbene un altro grande poeta, Robert Browning, a ciò replicasse col famoso: ‹ “If so, the less Shakespeare hel” ( Se  è cosi, la statura di Shakespeare diminuisce ).

Nei  sonetti, del tipo detto «elisabettiano» o “shakespeariano” (tre quartine a rime alternate, e un distico a rima baciata: abab, cdcd, efef, gg) possono distinguersi due o tre fili conduttori che certo ànno rapporto con situazioni reali: il loro senso è chiaro,  manca la chiave delle allusioni. Il canzoniere shakespeariano à uno svolgimento drammatico quale si cercherebbe invano nelle altre raccolte, di solito prive d’un ben definito accento Individuale. Sonetti meno caratteristici non sono certo assenti, ma appaiono disseminati nella raccolta  secondo una  legge d’economia comune a ogni opera anche grandissima: un volume in cui ogni componimento fosse un capolavoro sarebbe anomalo, artificiale, quale potrebbe risultare solo da una scelta. Questa legge d’economia rende conto del sonetti mediocri assai megllo d’ogni possibile teoria che rappresenti il canzoniere shakespeariano come opera collettiva. Quel che avvicina straordinariamente al lettore moderno i sonetti di Shakespeare è il tono di chiaroveggenza del poeta, e la precisione delle sue analisi, che escono dai consueti schemi di quel genere di letteratura.

.Chiaroveggenza spesso disperata come quando il poeta è conscio della sua umiliazione, dell’abdicazione della sua dignità a un essere Immeritevole: “odi et amo” che rinasce con accenti già vicinissimi al nostro modo di sentire.

Allora la confessione possiede un’intimità nuova, come nel son. 30: “Quando alle assise del dolce pensiero silenzioso io convoco il ricordo delle cose passate...” e che talora raggiunge la profonda amarezza d’un sermone cristiano, come nel famosissimo son. 129: “Sciuplo di spirito in un deserto d’onta è il desiderio in atto; e fin che non è atto, il desiderio è spergiuro, micidiale, sanguinario, pien di biasimo, selvaggio, estremo, rude, crudele, infido; ed ecco, appena è goduto, è già disprezzato;  cercato forsennatamente, e appena posseduto, dissennatamente odiato, com’ésca inghiottita, gettata ad arte, per far impazzire chi vi abbocca: folle nell’inseguimento, e altrettanto nel possesso… Innanzi, un fantasma di gioia, dietro, un sogno. Tutto questo il mondo ben lo sa; eppure nessuno ben sa come evitare il cielo che conduce l’uomo a questo inferno “

Tuttavia, la corrosiva chiaroveggenza non impedisce al poeta di toccare note tra le più pure e fresche in quella lirica elisabettiana  cosl ricca di freschezza d’alati principi di canti, come nel son. 18: “Debbo paragonarti a un giorno d’estate… “ (« Shall I compare thee to a summer’s day…›): nel 54: “Oh, quanto più bella sembra beltà pel dolce ornamento che le conferisce la purezza…” ( Oh , how much more doth beauty beauteous seem…?); note spesso patetiche, come nel son. 73: ‹ Quella stagion dell’anno in me puoi contemplare allorché foglie gialle, o poche, o nessuna pendon sui rami che  tremano nel freddo… Questo tu vedi, e l’amor tuo ne è reso più forte: amar bene quello che tu dovrai lasciare tra poco › (“That time of year thou mayst  in me behold…?”).

Anche quando indulge, come doveva poi esser moda tra i metafisici della scuola di John Donne (1573-1631), a  sottigliezze e a concetti, sempre senti viva la profondità dell’ispirazione, che dà risonanze universali a maniere e vezzi del tempo: cosi nel son. 53, che gioca sui significati di ‹shadow= ombra » e ‹adombramento, simbolo»: “Che è la sostanza di cui siete fatta, che milioni di strane ombre vi fan seguito, poiché ogni uomo à un’ombra, e voi, che non siete che una persona,  potete adombrare molte cose….” o nell’87, che applica all’amore la terminologia giuridica: “Addio, tu sei troppo cara perché io ti possieda… i titoli che ò su di te son tutti scaduti…”;

Due dei sonetti pubblicati nel 1609 (il 138  e il 144) erano già apparsi in forma alquanto diversa nel volume intitolato “Il pellegrino appassionalo”

Tradd. di B. Sanfelice (Velletri, 1897), P . Padulli (Lecco, 1924).

Mario Praz

 Nei Sonetti c’è anche di più: la pensosità, la squisitezza morale, la ricchezza di riferimenti psicologici; vi si riconosce spesso il poeta dei grandi drammi. Talora, vi risuona la maledizione per la voluttà avvincente, che sarà poi dell’Antonio e Cleopatra, tal’altra l’angosciato e il perplesso d’Amleto, più di frequente vi balena la visione della realtà come apparenza e dell’apparenza come realtà, il Sogno e la Tempesta.

(Benedetto Croce)

Dizionario Bompiani delle opere e dei personaggi di tutti i tempi e di tutte le letterature – Bompiani 1984


 

Lettura di John Gielgud  https://youtu.be/c1Xq5hSmndw?si=I5_xvYQQ3H9Lb8tK

LC 1 marzo 2025

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