
5.1 Oloferne e Natanaele incontrano Armado. Su richiesta del re, lo spagnolo sta organizzando intrattenimenti per la “Principessa nel suo padiglione” nel pomeriggio di questo giorno, che la rozza folla chiama il pomeriggio.Oloferne, impressionato dal modo di parlare di Armado, raccomanda loro di mettere in scena i Nove Prodi, un corteo di grandi conquistatori storici.
5.2 La Principessa e le sue dame si fanno beffe delle rispettive lettere d’amore ricevute. Boyet porta la notizia che il Re e i suoi tre signori si stanno avvicinando, travestiti da moscoviti: le donne si scambiano le maschere, in modo da ingannare i loro pretendenti e indurli a corteggiare la persona sbagliata. Gli uomini arrivano, travestiti da moscoviti, tutti e quattro vengono ingannati e ognuno viene stroncato dalle argute risposte delle donne, che si fanno beffe di loro, e quando tornano senza travestimenti, fingono di non averli riconosciuti, lamentandosi di aver perso il loro tempo con degli sciocchi russi. Biron rinuncia a ogni affettazione e finzione per scherzare nel suo futuro corteggiamento, e finalmente capisce come lui e i suoi compagni siano stati ridicolizzati. Zucca arriva per chiedere se i Nove Prodi debbano esibirsi e, nonostante i dubbi del Re, la Principessa insiste affinché lo spettacolo proceda. Deriso dagli spettatori, parlando in versi arcaici, Zucca impersona Pompeo Magno, Nataniele (che dimentica le sue parole) interpreta Alessandro Magno, Motto interpreta il piccolo Ercole che strangola i serpenti nella culla, ma l’interpretazione di Oloferne nei panni di Giuda Maccabeo viene rovinata dalle proteste. Armado appare come Ettore, ed è ancora più sconvolto dall’affermazione pubblica di Zucca che Giacomina sia incinta di lui da due mesi: i due quasi arrivano alle mani, ma a questo punto lo spettacolo viene interrotto dall’arrivo di un messaggero, Marcadé, che porta la notizia della morte del padre della Principessa. Le donne finalmente ascoltano seriamente le proposte amorose degli uomini, ma non daranno risposta finché non si incontreranno di nuovo tra un anno e un giorno: Rosalina fa promettere a Biron di trascorrere il periodo intermedio in un ospedale a raccontare le sue barzellette. Armado ritorna e, prima che il Re, i suoi signori, la principessa e le sue dame si separino, lui e i contadini eseguono una canzone di primavera e d’inverno, “Quando le margherite fioriscono”.
Versi 30-58
Enter the braggart ARMADO the boy MOTTE and COSTARD
NATHANIEL Videsne quis venit?
HOLOFERNES Video et gaudeo.
ARMADO Chirrah!
HOLOFERNES Quare «chirrah», not « sirrah»?
ARMADO Men of peace, well encountered.
HOLOFERNES Most military sir, salutation.
MOTE They have been at a great feast of languages and
stolen the scraps.
COSTARD O, they have lived long on the alms-basket of
words! I marvel thy master hath not eaten thee for a
word, for thou art not so long by the head as
honorificabilitudinitatibus. Thou art easier swallowed
than a flap-dragon.
MOTE Peace! The peal begins.
ARMADO [to HOLOFERNES] Monsieur, are you not lettered?
MOTE Yes, yes! He teaches boys the horn-book. Wha
a, b, spelt backward with the horn on his head?
HOLOFERNES Ba, pueritia, with a horn added.
MOTE Ba, most silly sheep with a horn. You hear his
learning.
HOLOFERNES Quis, quis, thou consonant?
MOTE The last of the five vowels, if you repeat them; or
the fifth, if I.
HOLOFERNES I will repeat them: a, e, i –
MOTE The sheep. The other two concludes it – o, u.
ARMADO Now, by the salt wave of the Mediterraneum,
sweet touch, a quick venue of wit! Snip, snap, quick and
home! It rejoiceth my intellect. True wit!
Entrano il fanfarone [ARMADO], il paggio [MOTTO, e ZUCCA]
NATHANIEL Videsne quis venit?
HOLOFERNES Video et gaudeo.
ARMADO Mariolo!
OLOFERNE Quare «mariolo» e non « mariuolo»?
ARMADO Felice d’incontrarvi, o uomini di pace!
OLOFERNE Presentiamo le armi, signore della guerra!
MOTTO Son stati a un gran convito di linguaggi, e han
fatto fuori gli avanzi.
ZUCCA Oh, è una vita che questi ci campano, sul paniere
degli avanzi. Mi fa specie che il tuo padrone non ti abbia
già ingurgitato, visto che sei un motto: e mica un motto
spilungone, come ad esempio honorificabilitudinitatibus.
Un motto come te lui se lo ingolla come un chicco d’uva
passa.’
MOTTO Zitto, che comincia la musica!
ARMADO [a OLOFERNE] Monsieur, non siete voi uomo di lettere?
MOTTO Come no, insegna ai ragazzi l’abbecedario. Cosa
fanno «E» e «B» letti all’incontrario, con un corno in testa?
OLOFERNE Fanno «be», puerulus – corno compreso.
MOTTO «Beech!» – come becco che bela. Sentilo, il sapientone!
OLOFERNE Quis becco? Rispondimi, zero spaccato!
MOTTO Provatevi a sillabar le vocali con me. Comincio io:
«A», «E»..
OLOFERNE Continuo io: «I», «O»..
MOTTO L’avete detto: «IO»! Ecco chi è il becco, il cornuto.
ARMADO Per tutta la salsedine del Mediterraneo, gran
bella sortita, gran bel lampo di spirito! Snip, snap, zácchete: toccato! Questa si chiama arguzia!
(In inglese flap-dragon, con allusione al gioco conviviale consistente nell’ingoiare chicchi di uva passa immersi in bevande alcooliche cui era dato fuoco.
Il dialogo fra Mote e Holofernes è un inestricabile intreccio di giochi di parole, che prendono le mosse dalla menzione di horn-book, l’abbecedario, così chiamato perché protetto da una sorta di copertina di corno (horn); da qui le prevedibili variazioni sulle «corna».
È impossibile rendere letteralmente in italiano i giochi alfabetici, grammaticali dell’originale, che da una parte tendono a presentare Holofernes come una «pecora cornuta» e dall’altro sfruttano il fatto che in inglese la terza vocale, «I», si pronuncia come il pronome «io» e la quinta, «u», come il pronome you («voi» o «tu»). NdT)
Versi 138- 156
KATHARINE But in this changing what is your intent?
PRINCESS
The effect of my intent is to cross theirs.
They do it but in mockery merriment,
And mock for mock is only my intent.
Their several counsels they unbosom shall
To loves mistook, and so be mocked withal
Upon the next occasion that we meet,
With visages displayed, to talk and greet.
ROSALINE
But shall we dance if they desire us to’t?
PRINCESS
No, to the death we will not move a foot;
Nor to their penned speech render we no grace,
But while ‘tis spoke each turn away her face.
BOYET
Why, that contempt will kill the speaker’s heart,
And quite divorce his memory from his part.
PRINCESS
Therefore I do it, and I make no doubt
The rest will ne’er come in, if he be out.
There’s no such sport as sport by sport o’erthrow
To make theirs ours, and ours none but our own
So shall we stay, mocking intended game,
And they, well mocked, depart away with shame,
CATERINA
E con questi scambi dove volete arrivare?
PRINCIPESSA
Nient’altro che a metter loro i bastoni fra le ruote.
La loro intenzione è una sola: burlarsi di noi.
Rispondere a burla con burla è il mio unico intento.
Ciascuno confesserà i segreti del cuore
alla dama sbagliata; e come si sentiranno beffati
la prossima volta, quando avremo occasione
di conversar lietamente con loro a viso scoperto!
ROSALINA
Ma se ci chiedono di danzare, che cosa faremo?
PRINCIPESSA
Nulla. Non muoveremo piede nemmeno a morire;
né presteremo attenzione al prologo che han scritto,
ma volteremo loro le spalle quando ci verrà detto.
BOYET
Ohibò, si sentirà annichilito, il fine dicitore!
La sua memoria divorzierà da tutto ciò che ha imparato.
PRINCIPESSA
E proprio questo che voglio, e potete giurare
che, liquidato il prologo, chi mai oserà parlare?
Non c’è beffa più beffa del beffar chi ti beffa:
gli ruberemo le idee, ne inventeremo di altre,
li aspetteremo al varco e li terremo in iscacco,
finché non se ne andranno con le pive nel sacco.
Versi 191- 202
BOYET
If to come hither you have measured miles,
And many miles, the Princess bids you tell
How many inches doth fill up one mile.
BEROWNE Tell her we measure them by weary steps.
BOYET
She hears herself.
ROSALINE
How many weary steps,
Of many weary miles you have o’ergone,
Are numbered in the travel of one mile?
BEROWNE
We number nothing that we spend for you.
Or duty is so rich, so infinite,
That we may do it still without account.
Vouchsafe to show the sunshine of your face,
That we like savages may worship it.
BOYET
Se è vero che, per venire sin qui, avete misurato
miglia su miglia, la Principessa vi prega di dirle
quanti pollici ci vogliono a fare un miglio.
BIRON Ditele che le abbiamo misurate a piedi, passo dopo passo
BOYET Ditelo a lei: ci sente benissimo.
ROSALINA
Quanti di questi passi,
nel faticoso e lungo cammino che avete compiuto,
avete speso, o sprecato, per ogni miglio di strada?
BIRON Nulla di ciò che si spende per voi sarà mai sprecato.
La nostra devozione è infinita, e ne siamo sì prodighi
da prodigarla a fondo perduto, e senza conteggi.
Degnatevi di scoprire il vostro volto solare,
e noi lo adoreremo, come i selvaggi che adorano il sole.
Versi 337- 357
Enter [the PRINCESS and] the LADIES [with BOYET]:
BEROWNE
See where it comes! Behaviour, what wert thou
Till this man showed thee, and what art thou now?
KING
All hail, sweet madam, and fair time of day.
PRINCESS
«Fair» in «all hail» is foul, as I conceive.
KING
Construe my speeches better, if you may.
PRINCESS
Then wish me better; I will give you leave.
KING
We came to visit you, and purpose now
To lead you to our court. Vouchsafe it then.
PRINCESS
This field shall hold me, and so hold your vow.
Nor God nor I delights in perjured men.
KING
Rebuke me not for that which you provoke:
The virtue of your eye must break my oath.
PRINCESS
You nickname virtue – «vice» you should have spoke
For virtue’s office never breaks men’s troth.
Now, by my maiden honour, yet as pure
As the unsullied lily, I protest,
A world of torments though I should endure,
I would not yield to be your house’s guest,
So much I hate a breaking cause to be
Of heavenly oaths, vowed with integrity.
KING
O, you have lived in desolation here,
Unseen, unvisited, much to our shame.
Entrano [la PRINCIPESSA e] le DAME [con BOYET]
BIRON Rieccolo che arriva! O Belle Maniere, dove siete finite?
Dove eravate, quando non c’era, a esibirvi, cotesto giullare?
RE
Auguro, bella dama, che su voi piova ogni bene?
(il gioco è sulla formula di saluto “all hail”. Dato che “hail” significa anche grandine, NdT)
PRINCIPESSA
La pioggia non è bella. Eh no, non mi conviene.
RE
Cercate di non fraintendere le mie parole.
PRINCIPESSA E voi provate a farmi un augurio migliore.
RE
Siamo venuti a rendervi omaggio, ed è nostra intenzione
accompagnarvi a corte, se vorrete degnarvi.
PRINCIPESSA
Voialtri attenetevi al giuramento, e lasciatemi il parco.
Io non amo gli spergiuri, né li ama il buon Dio.
RE
Non rimproveratemi per quanto avete provocato voi stessa
è in virtù dei vostri occhi che sono spergiuro.
PRINCIPESSA
Parlate di virtù, ma meglio fareste a dir vizio:
mai la virtù vien meno alla parola data.
E sul mio onore di vergine, serbatasi pura
come un giglio immacolato, dichiaro solennemente
che, a costo di subire le più raffinate torture,
non mai consentirei a essere ospite vostra.
Mai mi renderò complice di un odioso spergiuro,
della rottura di un voto, pronunciato con animo onesto.
RE
Ma non potete restare ancora qui, in questo deserto,
inosservate e neglette, a nostra bruciante vergogna,
Versi 394- 415
BEROWNE
Thus pour the stras down plagus for perjury
Can any face of brass hold longer out?
Here stand I, lady; dart thy skill at me.
Bruise me with scorn, confound me with a flout
Thrust thy sharp wit quite through my ignorance
Cut me to pieces with thy keen conceit,
And I will wish thee never more to dance,
Nor never more in Russian habit wait.
O, never will I trust to speeches penned,
Nor to the motion of a schoolboy’s tongue,
Nor never come in visor to my friend,
Nor woo in rhyme, like a blind harper’s song.
Taffeta phrases, silken terms precise,
Three-piled hyperboles, spruce affection,
Figures pedantical – these summer flies
Have blown me full of maggot ostentation.
I do forswear them; and I here protest
By this white glove – how white the hand, God knows!
Henceforth my wooing mind shall be expressed
In russet yeas and honest kersey noes.
And, to begin: wench – so God help me, law! –
My love to thee is sound, sans crack or flaw
BIRON
Così il destino infierisce sugli spergiuri!
Chi avrà la faccia di bronzo di sostener la finzione?
Eccomi a te, o donna: trafiggimi di frecciate,
spelami vivo con i tuoi scherni, distruggimi con le ironie,
affonda la lama del tuo sarcasmo sottile nella mia insipineza
fammi a pezzi con la tua logica tagliente e perversa,
e ti prometto che mai più ti inviterò a danzare
né mai più ti offrirò i miei servigi vestito da russo.
Sì, mai più mi affiderò alla parola scritta,
né alla recitazione di uno scolaretto,
e mai più andrò mascherato dalla mia bella,
né la corteggerò col canto, come un arpista cieco.
Frasi di taffetà, preziosità di seta,
iperboli vellutate, disinvolti artifici,
metafore libresche: queste le mosche estive
che in me fan proliferare i vermi dell’affettazione.
Io le ripudio tutte, e giuro solennemente
su questo guanto bianco (Dio sa quanto è bianca la mano!)
che d’ora in poi saprò ben farti la corte
in «Sì» di fustagno e onesti «No» di ruvida lana.
Comincio subito, e Iddio m’aiuti, et voilà: « Nel mio petto
l’amore è schietto, sans incrinatura o difetto»’
Versi 416-423
BEROWNE
Yet I have a trick
Of the old rage. Bear with me, I am sick;
I’ll leave it by degrees. Soft, let us see:
Write «Lord have mercy on us» on those three.
They are infected; in their hearts it lies;
They have the plague, and caught it of your eyes.
These lords are visited; you are not free,
For the Lord’s tokens on you do I see.
BIRON
È solo un soprassalto della mia vecchia maniera. Abbiate pazienza, è una malattia,
ne guarirò a poco a poco. E gli altri tre?
Mettiamo loro il cartello degli appestati: « Signore, pietà! »
Son contagiati, malati nel profondo del cuore,
e l’infezione se la son presa guardandovi negli occhi.
Hanno la peste i miei nobili amici, né voi sfuggirete al
contagio:io scorgo, sulla vostra persona, i segni dell’affezione.
(Durante la peste del 1592-93 si appendeva sulle porte delle vittime della peste un cartello con la scritta “Dio ne abbia pietà” )
Versi 459 – 481
B E R O W N E
Neither of either; I remit both twain.
I see the trick on’t. Here was a consent,
Knowing aforehand of our merriment,
To dash it like a Christmas comedy.
Some carry-tale, some please-man, some slight zany,
Some mumble-news, some trencher-knight, some Dick
That smiles his cheek in years, and knows the trick
To make my lady laugh when she’s disposed,
Told our intents before; which once disclosed,
The ladies did change favours, and then we,
Following the signs, wooed but the sign of she.
Now, to our perjury to add more terror,
We are again forsworn, in will and error.
Much upon this ‘tis.
[To BOYET] And might not you
Forestall our sport, to make us thus untrue?
Do not you know my lady’s foot by the square,
And laugh upon the apple of her eye?
And stand between her back, sir, and the fire,
Holding a trencher, jesting merrily?
You put our page out – go, you are allowed;
Die when you will, a smock shall be your shroud.
You leer upon me, do you? There’s an eye
Wounds like a leaden sword.
BIRON
Nessuna delle due cose. Rinuncio ad entrambe.
Ho finalmente mangiato la foglia: eravate in combutta.
Voi sapevate della nostra mascherata, e avete voluto
mandarla a vuoto, come certe commedie a Natale:
Una qualche spia, o un sicofante, o un insulso buffone,
un lingualunga, un forchettone, o magari quel bischero
dal viso stiracchiato a forza di sorrisi, sempre così bravo
a far rider Madonna, quando lei è ben disposta,
ha svelato in anticipo i nostri piani. Una volta svelati,
le dame si sono scambiati i pegni. Noi ci siamo cascati,
e a questi abbiamo fatto la corte, e non alle dame.
Così al primo spergiuro, commesso per amore,
se n’è aggiunto un secondo, commesso per errore.
Ma sì, è andata così.
[A BOYET] E siete stato voi
a spifferare tutto, e farci apparire mendaci!
Forse che non siete eternamente alle calcagna di Madonna?
Forse che non scherzate e sorridete con lei a tu per tu?
E non ve ne state ritto fra lei e il caminetto, messere,
celiando amabilmente, con un vassoio fra le mani?
Il nostro paggio. l’avete ridotto al silenzio. Bravo! A voi tutto è concesso.
Ma quando sarete crepato, come sudario avrete una veste da donna.
Sogghignate? Le vostre occhiatacce
non mi feriscon né punto né poco.
Versi 782-805
PRINCESS A time, methinks, too shor
To make a world-without-end bargain in.
No, no, my lord, your grace is perjured much,
Full of dear guiltiness; and therefore this:
If for my love – as there is no such cause –
You will do aught, this shall you do for me:
Your oath I will not trust; but go with speed
To some forlorn and naked hermitage,
Remote from all the pleasures of the world;
There stay until the twelve celestial signs
Have brought about the annual reckoning.
If this austere insociable life
Change not your offer made in heat of blood;
If frosts and fasts, hard lodging and thin weeds,
Nip not the gaudy blossoms of your love,
But that it bear this trial, and last love;
Then, at the expiration of the year,
Come challenge me, challenge by these deserts,
And, by this virgin palm now kissing thine,
I will be thine; and, till that instance, shut
My woeful self up in a mourning house,
Raining the tears of lamentation
For the remembrance of my father’s death.
If this thou do deny, let our hands part,
Neither entitled in the other’s heart.
PRINCIPESSA
Non è un po’ breve, tale spazio di tempo,
per un contratto destinato all’eternità?
No, no, mio sire, avete spergiurato sin troppo,
e avete gravi colpe da espiare. Questo perciò io vi dico:
se per l’amore mio, che non vorrei dar per scontato,
volete far qualcosa, questo farete per me:
ai vostri giuramenti io non credo; recatevi invece al più presto
in qualche ignudo eremo solitario
inaccessibile a tutti i piaceri del mondo,
e lì restate, finché i dodici segni dello zodiaco
non abbian compiuto il loro annuale percorso.
Se tale austera, insocievole vita
non muterà una profferta ispirata dai bollori del sangue,
e se gelate e digiuni, celle spartane e miseri panni
non faranno appassire i fiori smaglianti di un amore,
che anzi uscirà dalla prova temprato e tenace,
allora sì che allo spirare dell’anno
potrete dire di avermi ben meritato.
Allora, per questa mia mano di vergine che ora sfiora la tua
io sarò tua; e in attesa di quel momento
resterò chiusa e dolente nella mia casa in lutto,
versando torrenti di pietose lacrime
per ricordare e lamentare il padre perduto.
E se tu ora mi dirai di no, che si dividano le nostre mani:
nessuno dei due avrà diritti sul cuore dell’altro.
(Elisabetta I salì sul trono il 17 novembre 1558, dopo la morte della sorella Maria, e da allora questa data divenne festa nazionale – nota come Queen Bess’s Day, dove Bess è il diminutivo di Elizabeth – fino al XVIII secolo. Pene d’amor perdute termina con la scena di una principessa che diventa regina, il cui monologo sembra suggerire lusinghieri paragoni con la regina della vita reale, che ereditò il trono senza avere un marito. In maniera insolita per una commedia, l’opera termina con una morte invece che con un matrimonio: rimandando di rispondere alla proposta di matrimonio del re di Navarra, la principessa comincia il suo regno dichiarando un anno di lutto per il padre defunto.
Da Esiri, Allie. Un anno con Shakespeare – Neti Pozza Vicenza – 2019)
Versi 834-873
ROSALINE
Oft have I heard of you, my Lord Berowne,
Before I saw you, and the world’s large tongue
Proclaims you for a man replete with mocks,
Full of comparisons and wounding flouts,
Which you on all estates will execute
That lie within the mercy of your wit.
To weed this wormwood from your fruitful brain,
And therewithal to win me, if you please,
Without the which I am not to be won,
You shall this twelvemonth term from day to day
Visit the speechless sick, and still converse
With groaning wretches and your task shall be
With all the fierce endeavour of your wit
To enforce the painèd impotent to smile.
BEROWNE
To move wild laughter in the throat of death?
It cannot be; it is impossible;
Mirth cannot move a soul in agony.
ROSALINE
Why, that’s the way to choke a gibing spirit,
Whose influence is begot of that loose grace
Which shallow laughing hearers give to fools.
A jest’s prosperity lies in the ear
Of him that hears it, never in the tongue
Of him that makes it. Then, if sickly ears,
Deafed with the clamours of their own dear groans
Will hear your idle scorns, continue then,
And I will have you and that fault withal;
But if they will not, throw away that spirit,
And I shall find you empty of that fault,
Right joyful of your reformation.
BEROWNE
A twelvemonth? Well, befall what will befall,
I’ll jest a twelvemonth in an hospital.
PRINCESS [to the KING]
Ay, sweet my lord, and so I take my leave.
KING
No, madam, we will bring you on your way.
BEROWNE
Our wooing doth not end like an old play;
Jack hath not Jill. These ladies’ courtesy
Might well have made our sport a comedy.
KING
Come, sir, it wants a twelvemonth and a day,
And then ‘twill end.
BEROWNE That’s too long for a play.
ROSALINA
Avevo spesso sentito, Biron, parlare di voi,
già prima di conoscervi. La gran lingua del mondo
vi proclama inveterato motteggiatore,
sempre pieno di arguzie e sarcasmi mordaci
di cui fa le spese chiunque vi capiti a tiro:
malcapitati della più varia estrazione.
Voglio estirpare questa malerba dal vostro cervellaccio;
e quindi, se proprio ci tenete a conquistarmi
– senza di che non mi lascerò conquistare –
dovrete trascorrere i dodici mesi, giorno dopo giorno,
a visitare infermi che tacciono, a intrattenere
gementi rottami. Sarà vostro compito
mobilitare ogni risorsa del vostro ardente intelletto,
e paralitici e moribondi indurre al sorriso.
BIRON
Strappare qualche bella risata dalle grinfie della morte?
Ma come si fa? Non sarà mai possibile:
quando mai i moribondi han voglia di scherzare?
ROSALINA
Solo così si terrà a freno lo spirito beffardo
che la sua forza trae dal facile successo
che il riso facile di vacui uditori accorda ai buffoni.
La fortuna di una battuta si affida all’orecchio
di chi l’ascolta, non mai alla lingua
di chi la dice. Se però gli ammalati,
pur frastornati dai loro stessi strazianti lamenti,
avranno orecchie per le vostre oziose battute, continuate così
vi accetterò anche con questa vostra pecca.
Se invece non vi vorranno sentire, rinunciate a far dello spirito
ed io vi ritroverò mondato di tale difetto,
e della vostra conversione sarò ben felice.
BIRON Dodici mesi! Pazienza, tanto vale
fare lo spiritoso, un anno, allo spedale.
PRINCIPESSA [al RE]
Sì, mio buon sovrano, è ora di dirsi addio.
RE
Non sia mai detto, madonna: vi accompagnamo noi.
BIRON Il nostro corteggiamento non si conclude con la solita
Scena di lui che sposa lei. Eppure la cortesia di queste dame
avrebbe potuto trasformare il gioco in commedia a lieto fine.
RE
Venite, amico mio. Lo avrete, il vostro lieto fine:
tra dodici mesi e un giorno.
BIRON Un po’ lunga come commedia.
Versi 883- 915
Enter all
ARMADO
This side is Hiems, winter; this Ver, the spring; the one
maintained by the owl, th’other by the cuckoo.
Ver, begin.
THE SONG [OF SPRING]
When daisies pied and violets blue
And lady-smocks all silver-white
And cuckoo-buds of yellow hue
Do paint the meadows with delight,
The cuckoo then, on every tree,
Mocks married men; for thus sings he:
«Cuckoo! Cuckoo, cuckoo!». O, word of fear,
Unpleasing to a married ear!
When shepherds pipe on oaten straws,
And merry larks are ploughmen’s clocks,
When turtles tread, and rooks, and daws,
And maidens bleach their summer smocks,
The cuckoo then, on every tree,
Mocks married men; for thus sings he:
« Cuckoo!
Cuckoo, cuckoo!». O, word of fear,
Unpleasing to a married ear
[THE SONG OF] WINTER
When icicles hang by the wall,
And Dick the shepherd blows his nail,
And Tom bears logs into the hall,
And milk comes frozen home in pail,
When blood is nipped, and ways be foul,
The nightly sings the staring owl:
«Tu-whit T u – w h o ! » – a merry note,
While greasy Joan doth keel the pot.
When all aloud the wind doth blow,
And coughing drowns the parson’s saw,
And birds sit brooding in the snow,
And Marian’s nose looks red and raw,
When roasted crabs hiss in the bowl,
Then nightly signs the staring owl:
«Tu-whit
Tu-who!» – a merry note,
While greasy Joan doth keel the pot.
[ARMADO] The words of Mercury are harsh after the
songs of Apollo. You that way; we this way.
Exeunt omnes
Entrano tutti
ARMADO
Da questa parte abbiamo Hiems, l’Inverno; e da quest’altra Ver, la Primavera. L’uno rappresentato dall’assiolo,
l’altro dal cuculo. Ver, puoi cominciare.
CANTO [DELLA PRIMAVERA]
Or che i ranuncoli e le margherite
E le violette e i gigli d’argento
Su liete e fresche radure fiorite
Gioiosamente si offrono al vento,
Ecco il cucùlo – lo scostumato! –
Beffare l’uomo appena sposato:
“Cu—ccù!
Cu—ccù! Cu—ccù»: richiamo stregato,
E dai mariti – si sa – paventato.
Or che il suo zufolo suona il pastore,
Che lodolette vi sveglian giulive,
Tortore e taccole fanno all’amore,
Donne candeggian le vesti estive,
Ecco il cuculo – disincantato –
Beffar chiunque si sia ammogliato:
“Cu—ccù!
Сu-ccù!»: mai verso fu più esecrato
Da chi si teme da donna ingannato.
ICANTO DELL’] INVERNO
Or che i ghiaccioli si staccan dal tetto,
Cecco il pastore si sfrega gli orecchi,
Tonio porta la legna al caminetto,
Il latte arriva gelato nei secchi,
E gela il sangue, e fuori c’è la neve,
L’occhiuto assiolo veglia sulla pieve:
« Chi-ù!
Chi-ù, chi-uuù! » – geme a sera l’assiolo.
Suda la Peppa, e rimesta il paiolo.
Ora che il vento ululando imperversa,
E il parroco prostrato è dalla tosse,
La lodoletta nella neve è persa,
La Bice ha il moccio al naso, e guance rosse,
Or che le mele crepitan nel forno
Geme l’assiolo sul finir del giorno:
« Chi-ù!
Chi-ù, chi-uuù!» – è il canto dell’assiolo.
Suda la Peppa, e rimesta il paiolo.
(ARMADO] Ah, come suonano acerbe le parole di Mercurio dopo i carmi di Apollo!’ Da quella parte, signori. Noi
usciremo di qui.
Escono tutti
Teatro completo di W, Shakespeare- Volume I – Le commedie eufuistiche, a cura di Giorgio Melchiori, traduzione di Andrea Cozza. Mondadori – I Meridiani 1990
Boris Pasternak
Stile e ritmo di Shakespeare
(versione di Angelo Maria Ripellino)
La prontezza dello spettatore.
Le cronache inglesi di Shakespeare abbondano di allusioni ai
fatti dell’epoca. A quel tempo non v’erano giornali. Per conoscere le novità – osserva G. B. Harrison nella sua Vita dell’Inghilterra ai giorni di Shakespeare -, ci si riuniva nelle taverne e nei teatri. I drammi parlavano con giri di parole. Ma non è da stupire che il popolo semplice capisse questo ammiccare. Le allusioni sfioravano circostanze vicine ad ognuno.
Sottofondo politico di quel tempo era la guerra con la Spagna, cominciata con entusiasmo ma presto venuta a noia. Quindici anni l’avevano combattuta per mare e per terra, lungo le
sponde del Portogallo, nei Paesi Bassi e in Irlanda.
I motteggi dello scettico Falstaff nei riguardi d’una frase guerresca troppo mnemonica divertivano il popolo semplice e pacifico, che comprendeva perfettamente qual era il bersaglio, e nelle scene in cui Falstaff arruola le reclute e le affranca in cambio di un’offa lo spettatore riconosceva con ancora maggior diletto le proprie esperienze.
Di gran lunga piú sorprendente è un altro esempio di intelligenza dello spettatore di allora.
Come quelle di tutti gli elisabettiani, le opere di Shakespeare
sono screziate di riferimenti alla storia, di paralleli tratti da antiche letterature e di nomi e appellativi mitologici. Per comprenderli adesso, sia pure con un prontuario in mano, occorre una istruzione classica. E invece ci dicono che il medio spettatore londinese di quel tempo, assistendo all’Amleto o a Re Lear, inghiottisse a volo i classicismi che vi balenano ad ogni momento e li mandasse giú a meraviglia. Come credere a questa notizia?
S’è mutato del tutto il complesso delle cognizioni. Il latino,
che sembra ora indizio di istruzione superiore, era allora la so-
glia comune dell’istruzione inferiore, come lo slavo ecclesiastico nell’educazione dell’antica Russia. Nelle scuole primarie di quel tempo, le cosiddette «scuole di grammatica», una delle quali fu frequentata da Shakespeare, il latino era la lingua di conversazione degli scolari e, secondo lo storico Trevelyan, si vietava loro di usare persino l’inglese nelle recite a corte. Per gli apprendisti e i commessi di Londra, che sapevano leggere e scrivere, le Fortune, gli Eracli e le Niobi erano un alfabeto consimile all’accensione dell’automobile o ai rudimenti dell’elettricità per un adolescente della città contemporanea.
Shakespeare trovò un vecchio costume secolare, piú o meno
maturo. Questo costume era a tutti comprensibile. Il tempo di
Shakespeare fu una festa nella storia dell’Inghilterra. Ma già il regno seguente distrusse quell’equilibrio.
Da “Il teatro di William Shakespeare – Volume I –
Giulio Einaudi editore – 1960”
LC 22 giugno 2025
