
Atto II, scena 1: 258 versi/righe
La Principessa di Francia arriva in Navarra in ambasciata da suo padre, accompagnata da tre dame, Maria, Caterina e Rosalina, e da tre lord, uno dei quali di nome Boyet. Avendo saputo del voto del Re, manda Boyet avanti da lui. E mentre lui è assente, le tre dame discutono dei tre compagni di studio del Re. Quando il Re e i suoi tre colleghi arrivano , scusandosi per averle fatte dormire in tende a un miglio dalla corte e ricordando il giuramento che lui e i suoi signori hanno prestato, la principessa preferisce discutere di politica: la Principessa gli presenta una lettera di suo padre, re di Francia, in cui chiede la restituzione di una parte dell’Aquitania come risarcimento per l’intero rimborso di un prestito.
Il re legge la lettera, e nota un problema: la Francia deve ancora 100.000 corone alla Navarra e, finché la somma non sarà pagata, la Navarra non cederà l’Aquitania. La principessa insiste che la prova del pagamento arriverà domani Mentre il Re la legge, Biron viene argutamente respinto da Rosalina, con la quale tenta di flirtare. Il Re accetta di accontentare la Principessa in attesa dell’arrivo dei documenti che stabiliranno se l’intero prestito è già stato rimborsato. Ciascuno dei suoi signori chiede in privato a Boyet il nome di una delle sue dame: Dumaine è attratto da Catherine, Langueville da Maria e Biron da Rosaline, mentre Boyet dice alla Principessa che pensa che il Re stesso si stia innamorando di lei.
Versi 13- 36
PRINCESS
Good Lord Boyet, my beauty, though but mean
Needs not the painted flourish of your praise.
Beauty is bought by judgement of the eye.
Not uttered by base sale of chapmen’s tongues.
I am less proud to hear you tell my worth
Than you much willing to be counted wise
In spending your wit in the praise of mine.
But now to task the tasker. Good Boyet,
You are not ignorant all-telling fame
Doth noise abroad Navarre hath made a vow,
Till painful study shall outwear three years,
No woman may approach his silent court.
Therefore to’s seemeth it a needful course,
Before we enter his forbidden gates,
To know his pleasure; and in that behalf,
Bold of your worthiness, we single you
As our best-moving fair solicitor.
Tell him the daughter of the King of France,
On serious business craving quick dispatch,
Importunes personal conference with his grace.
Haste, signify so much, while we attend,
Like humble-visaged suitors, his high will.
BOYET Proud of employment, willingly I go.
PRINCESS All pride is willing pride, and yours is so. (Exit Boyet)
PRINCIPESSA
Mio buon Boyet, la mia beltà, per quanto modesta,
non abbisogna dei vostri sgargianti panegirici.
È l’occhio dell’acquirente a far bello un oggetto,
non la loquela interessata del mercante.
Non son tanto vogliosa di sentirvi cantar le mie lodi
quanto voi di passare per uomo d’ingegno,
col dissipare i vostri talenti per lodare i miei.
Mi avete ricordato la mia missione: io ve ne affido una.
Come sapete, caro Boyet, la Fama indiscreta
va mormorando in lungo e in largo che il Re ha fatto un
dovran passare tre anni di studi laboriosi
Ivoto:
senza che donna infranga il silenzio della sua corte.
Ci sembra pertanto una doverosa precauzione,
prima di varcare quella soglia interdetta,
farne formale richiesta al sovrano; e a tal fine, Boyet,
ben conoscendo il vostro valore e la vostra eloquenza,
vi abbiamo eletto a perorare la nostra causa.
Ditegli che la figlia del Re di Francia,
ansiosa di venire a pronto accordo su questioni importanti,
sollecita un colloquio con Sua Maestà in persona.
Su, riferite per filo e per segno; e noi qui attenderemo,
umili postulanti, il suo alto volere.
BOYET Quest’incarico mi onora: son fiero della missione.
PRINCIPESSA Chi è fiero come voi non chiede che l’azione. (Esce BOYET)
Versi 90-110
KING Fair Princess, welcome to the court of Navarre.
PRINCESS «Fair» I give you back again, and « welcome »
have not yet. The roof of this court is too high to be
yours, and welcome to the wide fields too base to be
mine.
KING You shall be welcome, madam, to my court.
PRINCESS I will be welcome, then. Conduct me thither.
KING Hear me, dear lady. I have sworn an oath –
PRINCESS Our Lady help my lord! He’ll be forsworn.
KING Not for the world, fair madam, by my will.
PRINCESS Why, will shall break it; will, and nothing else.
KING Your ladyship is ignorant what it is.
PRINCESS
Were my lord so, his ignorance were wise,
Where now his knowledge must prove ignorance:
I hear your grace hath sworn out house-keeping.
*Tis deadly sin to keep that oath, my lord,
And sin to break it.
But pardon me, I am too sudden-bold;
To teach a teacher ill beseemeth me.
Vouchsafe to read the purpose of my coming
And suddenly resolve me in my suit.
RE Benvenuta alla corte di Navarra, bella principessa.
PRINCIPESSA Il «bella» ve lo restituisco, ché benvenuta
non sono ancora. Se il tetto della vostra reggia è il cielo
stellato, mi pare troppo grande per voi; se il vostro ben-
venuto si limita a verdi pascoli, è davvero troppo misero
per me.
RE Ripeto, signora, che siete la benvenuta alla mia corte.
PRINCIPESSA Se sono la benvenuta, portatemici, a corte.
RE Vogliate ascoltarmi, signora: c’è di mezzo un giuramento.
PRINCIPESSA Che la Santa Vergine lo aiuti: diverrà spergiuro.
RE Per nulla al mondo, mia bella signora, per quanto sta in me.
PRINCIPESSA Per quanto sta in voi? Aspettate e vedrete.
RE Se non sapete nemmeno, signora, di che si tratta.
PRINCIPESSA
Se foste voi a non saperlo, ne sapreste di più.
Il guaio è che lo sapete, e proprio qui casca l’asino…
Mi dicono che avete giurato di mettere al bando l’ospitalità.
Tener fede a un giuramento di tal fatta è peccato mortale
così come è peccato violarlo, mio sire.
Ma perdonatemi, sono troppo impulsiva,
né tocca a me dar lezioni a tanto maestro.
Ma ora degnatevi di leggere qui lo scopo della nostra missione.
Versi 114-127
(In questa traduzione si assegnano queste battute a Boyet. In altre traduzioni, come indicato nell’in-folio, le battute sono di Berowne)
[BOYET] Did not I dance with you in Brabant once?
KATHARINE Did not I dance with you in Brabant once?
[BOYET] I know you did.
KATHARINE How needless was it then
To ask the question?
[BOYET] You must not be so quick.
KATHARINE ‘Tis long of you, that spur me with such questions
[BOYET] Your wit’s too hot, it speeds too fast, ‘twill tire.
KATHARINE Not till it leave the rider in the mire.
[BOYET] What time a’ day?
KATHARINE The hour that fools should ask.
[BOYET] Now fair befall your mask.
KATHARINE Fair fall the face it covers.
[BOYET] And send you many lovers.
KATHARINE Amen, so you be none.
[BOYET] Nay then will I be gone.
[BOYET] Non ho danzato con voi, una volta, in Brabante?
CATERINA Se ho danzato con voi una volta in Brabante?
[BOYET] Certo che sì.
CATERINA E allora perché lo chiedete?
(BOYET] Oh-la-là! Che brusca impennata!
CATERINA Con la vostra domanda mi ci avete spronata.
[BOYET] Una puledra focosa. Finirà per sfiancarsi.
CATERINA Ma sarà il cavaliere disarcionato a infangarsi.
[BOYET] Come correte! Sapreste dirmi l’ora?
CATERINA È l’ora dei babbei che chiedon l’ora.
(BOYET] Salute a questa vostra mascherina.
CATERINA Salute al volto che dietro s’indovina.
[BOYET] Vi mandi la fortuna tanti amanti.
CATERINA Purché anche voi non vi facciate avanti.
(BOYET] Mi tiro indietro. Ancora pochi istanti…
Versi 178- 190
BEROWNE [to ROSALINE] Lady, I will commend you to mine own heart.
ROSALINE Pray you, do my commendations; I would be glad to see it.
BEROWNE I would you heard it groan.
ROSALINE Is the fool sick?
BEROWNE Sick at the heart.
ROSALINE Alack, let it blood.
BEROWNE Would that do it good?
ROSALINE My physic says ay.
BEROWNE Will you prick’t with your eye?
ROSALINE Non point, with my knife.
BEROWNE Now God save thy life.
ROSALINE And yours from long living.
BEROWNE I cannot stay thanksgiving.
(Rosaline usa l’espressione francese non point («niente affatto») giocando sul senso, che in inglese suona «spuntato, senza punta». Nota del Traduttore)
BIRON (a ROSALINA] Madamigella, vi raccomando al mio cuore.
ROSALINA Fatelo con garbo. Sarei felice di conoscerlo.
BIRON Se solo lo sentiste gemere!
ROSALINA O poverino! Sta male?
BIRON Sanguina, il mio povero cuore, me lasso!
ROSALINA Come mai? Gli avete fatto un salasso?
BIRON Da quando in qua si è salassato il cuore?
ROSALINA Io stessa lo farei, fossi un dottore.
BIRON Trafiggendolo forse con quell’occhio assassino?
ROSALINA Per l’appunto è spuntato!’ Userei un coltellino.
BIRON A lunga vita vi conservi Iddio.
ROSALINA Voi ve ne andrete prima, amico mio.
BIRON Prima di ringraziarvi, allora. Addio.
Versi 226-250
BOYET
If my observation, which very seldom lies,
By the heart’s still rhetoric disclosed with eyes
Deceive me not now, Navarre is infected.
PRINCESS With what?
BOYET With that which we lovers entitle ‘affected’.
PRINCESS Your reason?
BOYET
Why, all his behaviours did make their retire
To the court of his eye, peeping thorough desire
His heart, like an agate with your print impressed,
Proud with his form, in his eye pride expressed.
His tongue, all impatient to speak and not see,
Did stumble with haste in his eyesight to be.
All senses to that sense did make their repair,
To feel only looking on fairest of fair.
Methought all his senses were locked in his eye,
As jewels in crystal for some prince to buy;
Who, tendering their own worth from where they were glassed
Did point you to buy them along as you passed.
His face’s own margin did quote such amazes
That all eyes saw his eyes enchanted with gazes.
I’ll give you Aquitaine, and all that is his,
And you give him for my sake but one loving kiss.
PRINCESS Come, to our pavilion. Boyet is disposed.
BOYET
But to speak that in words which his eye hath disclosed.
I only have made a mouth of his eye
By adding a tongue which I know will not lie.
BOYET
Il mio giudizio ben di rado, signore, m’inganna.
So decifrare negli occhi la muta eloquenza del cuore.
Vorrei sbagliarmi, ma il Re si è buscato una bella infezione.
PRINCIPESSA Un’infezione?
BOYET Nel linguaggio degli amanti, un’insana passione.
PRINCIPESSA E da cosa lo si deduce?
BOYET Da cosa? Tutte le sue facoltà si son trincerate
negli occhi, feritoie del desiderio.
Il suo cuore, come un cammeo adorno della vostra immagine
e fiero di tanta beltà, sprizza orgoglio dagli occhi.
La sua lingua cieca, cui più non basta il dono della parola,
balbetta, smaniosa di convertir le papille in pupille.
Tutti i sensi concorrono in quell’unico senso,
tutti a vedere voi, la vista più bella che esista.
Mi sono apparsi, i suoi sensi, incastonati nello sguardo
come gioielli nel cristallo – dono principesco –
che dalla loro limpida teca si offrono ai passanti
in tutto il loro splendore, come a dire «Siam vostri ! ».
Il suo volto è un libro aperto, fitto di postille:
tutti possono leggervi l’incantamento d’amore.
Non solo l’Aquitania vi do, ma tutto il suo regno,
sol che gli diate, per amor mio, un bacio d’amor come pegno
PRINCIPESSA Venite alla nostra tenda: Boyet è in gran forma.
BOYET
Io vi faccio da interprete, ma è il re che v’informa.
Al suo occhio, ai suoi sguardi a dar voce io m’ingegno,
prestando loro parole che colgano nel segno.
Teatro completo di W, Shakespeare- Volume I – Le commedie eufuistiche, a cura di Giorgio Melchiori, traduzione di Andrea Cozza. Mondadori – I Meridiani 1990
Pene d’amore perdute Da Harold Bloom Shakespeare invenzione dell’uomo BUR 2003
(Nella bibliografia cita le edizioni di “Pene d’amore perdute” di Giulio Einaudi editore, Torino 1991, traduzione di Cesare Vico Ludovici e di Garzanti editore, Milano 1992, traduzione di Nemi D’Agostino)
Vi è quasi sempre stato un certo accordo su quali siano i più grandi drammi shakespeariani, e tale consenso generale prevale tuttora. Tra le vere e proprie commedie, i critici, gli appassionati di teatro e i comuni lettori preferiscono Sogno di una notte di mezza estate, Come vi piace e La dodicesima notte, cui si aggiunge, nonostante i toni cupi trasmessi da Shylock, Il mercante di Venezia. Le due parti di Enrico IV godono forse del medesimo prestigio tra i drammi storici, mentre Antonio e Cleopatracompete con le quattro tragedie tarde: Amleto, Otello, Re Lear e Macbeth. Tra i tardi drammi romanzeschi, tutti prediligono Il racconto d’inverno e La tempesta. Tra le commedie problematiche, molti critici, tra cui anch’io, preferiscono infine Misura per misura.
Nella letteratura, così come nella vita, tutti noi abbiamo però delle preferenze, e io traggo un piacere più puro da Pene d’amor perdute che da qualsiasi altro dramma shakespeariano. Non posso affermare che, dal punto di vista estetico, questo testo regga il confronto con le quattordici opere citate sopra, ma mi piace pensare che lo scrittore l’abbia composto con entusiasmo unico e particolare. Pene d’amor perdute è un trionfo del linguaggio, un vivace spettacolo pirotecnico in cui Shakespeare sembra cercare i limiti delle proprie risorse verbali e scopre che non ne esistono.
La ricchezza linguistica di questo testo supera persino John Milton e James Joyce, i più grandi maestri inglesi del suono e del significato dopo Shakespeare. Purtroppo non ho mai assistito a una rappresentazione di questa bizzarra commedia che riflettesse il suo splendore vocale, ma continuo a sperare che qualche regista di talento riesca a offrircene una.
Pene d’amor perdute è di per se stessa un’opera lirica, e non un libretto che un’opera lirica potrebbe migliorare, benché Thomas Mann descriva una simile fantasiosa composizione nel suo Doktor Faustus (1947). Qui Adrian Leverkühn, il demonico compositore modernista tedesco, afferma che il testo di Shakespeare è:
assai poco wagneriano e più che mai lontano dal demonismo della natura e del pathos mitico; era un rinnovamento dell’opera buffa nello spirito della canzonatura artistica (più artificiosa parodia) e della canzonatura dell’artificiosità, una specie di preziosità giocosa, una beffa all’affettazione ascetica e a quell’«eufuismo» che era il frutto sociale degli studi classici. Mi parlò con entusiasmo del soggetto che gli offriva occasione di porre la balordaggine naturale accanto alla sublimità comica e a renderle ridicole l’una nell’altra. Eroismo arcaico ed etichetta da rodomonte emergono da un’epoca tramontata e si impersonano in Don Armado, che egli definiva giustamente una perfetta figura da opera in musica.
Mann coglie gran parte del tono e dell’atmosfera di Pene d’amor perdute, sebbene introduca nel dramma shakespeariano un po’ della propria ironia. Nonostante la gioiosa vivacità espressa qui dal drammaturgo attraverso la lingua, nel testo compaiono vari tipi di ironia, e nessuno si ricollega a Mann. Berowne, il protagonista, è un narcisista consapevole che cerca la propria immagine riflessa negli occhi delle donne e incontra la propria sventura nella dark lady Rosalina, «che in faccia, al posto degli occhi, ha due palline di pece». Nel corso dei secoli, Rosalina è stata messa in relazione alla Dama bruna dei Sonetti, una supposizione confermata dall’ingiustificato timore del tradimento che assilla Berowne:
Ed io stracotto, maledizione!
Io che sono già stato la frusta dell’amore,
il vero fustigatore d’ogni sospiro scorato,
il critico, anzi lo sbirro del buon costume,
il maestro pedante che tiranneggia quel pupo
ch’è tanto più munifico d’un qualunque mortale!
E sto cosino piagnucoloso, bendato, orbo, capriccioso,
questo vecchio bebé, nano gigante, don Cupido,
reggente de’ versi d’amore, signor delle mani al cuore,
unto monarca di sospiri e lagne,
sire di perdigiorno e malcontenti,
temuto principe delle fessurine
nelle sottane, re delle braghette,
unico imperatore e generale in capo
de trottanti tutori della morale.. Ah povero me!
Eccomi diventato il suo aiutante di campo,
eccomi qui a portare i suoi colori
come nastrini sul cerchio d’un saltimbanco!
Ma come! Io cotto? Io far la corte? Io cercar moglie?
Una donna, che è come un orologio tedesco,
sempre in riparazione, sempre fuori di sesto,
e che non va mai bene, lui che dovrebbe segnare il tempo,
se non perdendo tempo a badare che vada bene!
Peggio, anzi peggio di tutto, diventare spergiuro,
prendere la sbandata per la peggiore di tutt’e tre,
una fraschetta pallidina con la fronte di velluto,
che in faccia, al posto degli occhi, ha due palline di pece;
ma sì, perdinci, una monella capace di fare il fatto
anche se Argo fosse il suo eunuco e carceriere!
Ed io sospirare per lei, perdere sonno per lei,
dire giaculatorie per lei! Ma questo è un flagello
che Ser Cupido t’infligge, caro mio, perché trascuri
il suo minuscolo, terrificante, onnipossente imperio.
E sta bene, io amerò, scriverò e sospirerò,
pregherò e farò la corte, mi torcerò gemendo le braccia:
c’è chi deve amar la mia donna,
e chi amare una qualche donnaccia. [III.i.170-202]
Come nei Sonetti, la vendetta di Cupido promette il tradimento, e l’enigmatica e aggressiva Rosalina sembra offrire una traccia per la comprensione delle poesie. L’elemento misterioso di Pene d’amor perdute non è il presunto ermetismo dell’opera, bensì l’oscura relazione tra Berowne e Rosalina. Anche se lo scrittore non ci offre alcun foregrounding, pare infatti che i protagonisti si conoscano ancor prima di incontrarsi all’interno del dramma. Tale impressione viene confermata da alcuni deliziosi dialoghi come quello proposto qui di seguito, che ha luogo durante il primo incontro tra i due personaggi:
Berowne. Non ho ballato una volta con voi in Brabante?
Rosalina. Non ho ballato una volta con voi in Brabante?
Berowne. Certo.
Rosalina. E dunque che senso aveva la vostra domanda?
Berowne. Eh diamine, così scontrosa? Non vi sta.
Rosalina. Colpa vostra che mi spronate con simili domande.
Berowne. No: colpa del vostro temperamento troppo
focoso e impetuoso: si sfiancherà.
Rosalina. Non prima di aver rovesciato il cavaliere nel pantano.
Berowne. Che or’è?
Rosalina. L’ora che gli insulsi domandano che or’è.
Berowne. Fortuna buona alla vostra maschera.
Rosalina. Fortuna bella alla faccia che c’è sotto.
Berowne. E spasimanti a grappoli.
Rosalina. Amen. Escluso voi.
Berowne. Niente paura: io abbandono il campo.
[II.i.114-128]
L’essenza di Berowne è racchiusa in quel verso noncurante, pronunciato nel momento in cui conosce una dama di compagnia francese alla corte di Navarra: «Non ho ballato una volta con voi in Brabante?»
Pene d’amor perdute è un titolo perfetto e azzeccato, ma Non ho ballato una volta con voi in Brabante? avrebbe funzionato quasi altrettanto bene, perché comunica l’intensa e irriverente raffinatezza della commedia. Il discorso di apertura del dramma, rivolto dal re di Navarra ai suoi «dotti» seguaci (Berowne, Longaville, Dumain) reca tutti i segni di una commedia barocca:
Re. La gloria, che ogni vivo insegue, viva
incisa in bronzo sulle nostre tombe,
e sia la nostra grazia, nella disgrazia
della morte; se in dispetto al Tempo,
falco di mare famelico, lo sforzo
dei nostri fiati saprà qui acquistare.
quell’onore che smussa il taglio acuto
della sua falce, e che farà di noi
gli eredi dell’eterno. Dunque, o bravi
conquistatori – ché tali voi siete,
voi che muovete guerra alle passioni
di voi stessi, e alla falange immensa
delle brame del mondo – il nostro editto
resta operante in tutta la sua forza:
Navarra diverrà la meraviglia
del mondo; diverrà, la nostra corte,
un’accademia picciola, studio quieto e costante
dell’arte di ben vivere. (I.i.1-14)
La finta eloquenza, con il suo altisonante vocabolario di morte, tempo, guerra e desiderio, non nasconde affatto il sottofondo musicale che quasi trasforma le prime quattordici righe in un sonetto in versi sciolti, simile a molti dei Sonetti shakespeariani. Sebbene faccia in modo di distanziarci da Berowne e da tutti gli altri stravaganti di Pene d’amor perdute, il drammaturgo non sembra capace o disposto a distanziarsi da Rosalina, insieme negativa e incantevole. Su un piano emblematico, il dramma contrappone la visione degli occhi delle donne da parte di Berowne (per metà prometeica, per metà narcisistica) alle «palline di pece» senza luce che Rosalina ha al posto degli occhi. Ribellandosi al divieto imposto da Navarra di avere contatti con le donne durante i tre anni di vita della piccola accademia, Berowne ci offre la sua iniziale apoteosi degli occhi femminili:
Berowne. Ma ogni piacere è vano, e il più vano di tutti
è quello, avuto con pena, che di pena dà frutto:
come ponzare su un libro con fatica,
cercando la luce del vero, e intanto il vero riduce
la vista a tradimento, e l’occhio acceca.
Luce che cerca luce ruba luce alla luce;
e, prima di scoprire dov’è la luce nel buio,
perdi gli occhi e la luce ti s’abbuia.
Studiatemi come all’occhio dar piacere,
fissandolo su un occhio più leggiadro,
che lo abbagli e diventi la sua stella polare,
e gli ridia la luce di cui l’avea privato.
Lo studio è come il sole glorioso del cielo
che non si può indagare con occhi impertinenti.
Chi sgobba troppo ha avuto da sempre poco reddito,
tranne conferme misere dai libri d’altra gente.
Questi padrini in terra delle luci del cielo,
che danno un nome ad ogni stella fissa,
dalle notti stellate non hanno più compenso
di chi va sotto gli astri e non li conosce mica.
Saper troppo ci rende famosi ma ignoranti,
e dare i nomi è facile, i padrini son tanti.
[I.i.72-93]
Il punto culminante del discorso è rappresentato dal sorprendente verso 77:
Luce che cerca luce ruba luce alla luce.
Harry Levin ha decifrato queste parole come segue: «L’intelletto, alla ricerca della saggezza, inganna la vista allontanandola dalla luce del giorno», un’efficace interpretazione della polemica di Berowne contro lo studio solitario. Mentre cerca un «occhio più leggiadro», il protagonista cade nella trappola di Rosalina, che avverte le altre dame: «L’occhio gli dà lo spunto per l’arguzia».
Sfruttando con astuzia l’intuizione del dramma, secondo cui gli uomini si innamorano soprattutto attraverso gli stimoli visivi mentre le donne si innamorano in modo più sottile e completo, Shakespeare segue questi quattro giovani abbacinati nella sventurata ricerca dell’oggetto, cauto ed elusivo, del loro desiderio. Boyet, consigliere della principessa di Francia, si rende conto che Navarra si è innamorato di lei a prima vista:
Ma via, tutte le sue funzioni s’erano messe in ritiro
nella corte dell’occhio, sbirciando per il desio.
Il cuore, come un’agata con la vostra figura impressa,
n’era superbo, e la superbia veniva dall’occhio espressa.
La lingua, tutta impaziente di parlare e non veder nulla,
incespicava, smaniosa di tramutarsi in pupilla.
Tutti i sensi si erano chiusi nel solo senso della vista,
per sentire solo ammirando la più bella che esista.
E mi pareva che si fossero tutti stretti nel globo oculare,
come gioielli sottovetro che solo un principe può comprare;
e che offrendo il loro valore da sotto quel cristallo
vi adescano, che li compriate e portiate via passando.
Lo stesso margine del suo viso postillava la meraviglia,
sì che tutti leggevan chiaro gli occhi appesi alle vostre ciglia.
Io v’assicuro l’Aquitania, e tutto ciò di cui lui è signore,
se gli darete, per amor mio, un solo bacino d’amore.
[II.i.234-249]
Il verso «Tutti i sensi si erano chiusi nel solo senso della vista» è un conciso riepilogo del dispotismo erotico dell’occhio maschile.
LC 17 maggio 2025
Ho saltato un appuntamento per cause di forza maggiore. Mi scuso con tutti voi.
