Nell’aprile del 2023 “Il Migliorista” ha pubblicato il resoconto integrale del discorso di Giacomo Matteotti, svolto il 30 maggio del 1924 alla Camera dei Deputati.
Oggi pubblichiamo alcuni brani di un bellissimo libro che invito tutti a leggere: “Mimmo Franzinelli – Matteotti e Mussolini: Vite parallele. Dal socialismo al delitto politico – Mondadori” Si parla in queste pagine dell’intervento di Matteotti e della seduta del 30 maggio 1924:
Il segretario del PSU parlerà «ben 72 minuti contati», secondo il cronometraggio di Mussolini, che lo ascolta accigliato e indignato dal banco del presidente del Consiglio. (p.385)
Ecco, nella sequenza dell’intervento, quanto il verbale (della Camera dei Deputati) inserisce tra parentesi nella trascrizione del discorso:
Vive interruzioni alla destra e al centro – Vivi rumori – Interruzioni alla destra e al centro – Interruzioni – Voci al centro – Vivi commenti – Proteste – Interruzioni alla destra e al centro – Vivaci interruzioni alla destra e al centro – Voci a destra – Rumori, proteste e interruzioni a destra – Rumori e interruzioni a destra – Grida di «Viva la Milizia!» – Interruzioni a destra – Rumori prolungati – Voci: «Basta! Basta!!» – Interruzioni a destra – Interruzioni e rumori a destra – Voci a destra – Commenti – Interruzioni – Rumori alla destra e al centro – Voci al centro – Interruzioni – Commenti – Voci a destra – Interruzioni – Approvazioni all’estrema sinistra – Rumori prolungati – Interruzioni – Rumori –Interruzioni – Rumori – Vivi rumori – Rumori vivissimi – Voci alla destra: «Non è vero! Non è vero!» – Rumori – Rumori vivissimi – Interruzioni – Rumori vivissimi – Rumori vivissimi – Rumori – Interruzioni – Voci a destra: «Lo provi!» – Applausi all’estrema sinistra – Interruzioni – Rumori – Una voce: «Non è vero!» – Rumori – Interruzioni – Rumori – Voci: «Non è vero! Non è vero!» – Interruzioni – Rumori – Rumori a destra – Rumori – Interruzioni – Apostrofi – Una voce: «Non è vero!» – Rumori – Rumori – Interruzioni – Si ride – Interruzioni – Rumori vivacissimi – Scambio di apostrofi – Rumori – Approvazioni all’estrema sinistra – Vivissimi rumori al centro e a destra – Una voce a destra: «Ricordatevi delle devastazioni dei comunisti!» – Vivissimi rumori al centro e a destra – Interruzioni – Rumori – Rumori – Voci: «No! No!» – Vivi rumori – Interruzioni – Rumori – Commenti – Applausi – Rumori – Commenti – Rumori all’estrema sinistra – Commenti – Rumori – Commenti – Rumori – Alcuni deputati [fascisti] scendono nell’emiciclo – Commenti – Rumori – Voci: «Vada in Russia!» – Applausi all’estrema sinistra e rumori dalle altre parti della Camera – Rumori – Voci alla destra – Rumori – Interruzioni – Apostrofi dal centro – Interruzioni a destra – Voci a destra – Interruzioni a destra – Applausi all’estrema sinistra – Vivi rumori. (pp.390-391).
Ma c’è di più: il verbale ignora le reazioni delle tribune, stipate in gran parte da fascisti che spalleggiano le contestazioni dell’aula. Matteotti si trova in una fossa dei leoni, la cui ferocia sale di livello quanto più egli smonta l’impalcatura elettorale del Listone, per documentare ciò che i deputati governativi non vogliono sentire: «L’elezione, secondo noi, è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni!».
Altro concetto che porta al parossismo i fascisti è il riferimento alla «Milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se a esso il consenso mancasse»: siccome il frastuono è enorme e i deputati governativi si alzano in piedi per onorare la MVSN, l’oratore li sogguarda con aria di sfida e ripete per tre volte la frase a essi inaccettabile.
Tre giorni prima la presidenza della Camera aveva impedito la commemorazione del deputato socialista Antonio Piccinini, assassinato dagli squadristi; ora Matteotti lo onora a nome del gruppo social-unitario tra reiterati boati nei banchi governativi (con parole che di lì a un paio di settimane si sarebbero perfettamente adattate all’oratore): Fu assassinato nella sua casa, per avere accettata la candidatura nonostante prevedesse quale sarebbe stato per essere il destino suo all’indomani. (Rumori) Ma i candidati – voi avete ragione di urlarmi, onorevoli colleghi – i candidati devono sopportare la sorte della battaglia e devono prendere tutto quello che è nella lotta che oggi imperversa. Lo accenno soltanto, non per domandare nulla, ma perché anche questo è un fatto concorrente a dimostrare come si sono svolte le elezioni. (Approvazioni all’estrema sinistra)
Tra le parti più indigeste alla maggioranza vi è la sezione sui brogli compiuti nei seggi, anzitutto con le manipolazioni dei rappresentanti di lista fascisti (che con intimidazioni e violenze hanno escluso i delegati d’opposizione), poi – specie nel Sud – con l’incetta di certificati elettorali utilizzati da altre persone, e infine con la truffaldina «regola del tre» (v. pp. 413-414). Afferma che, nel contesto proibitivo, l’elezione dei deputati d’opposizione rappresenta la «reazione della nuova Italia contro l’oppressione del nuovo regime».
Mussolini freme, ma ostenta indifferenza, finge d’essere annoiato e «di tanto in tanto fa il gesto di voltare le spalle all’assemblea». Non è il genere di spettacolo cui lo hanno abituato.
Il lessico è rivelatore dell’analisi politica matteottiana. In quattro diversi passaggi, per definire i nuovi assetti politici utilizza la parola «regime»: «regime di violenza», «oppressione del nuovo regime», «esistenza del regime di violenza», «la politica, o per meglio dire il regime del governo fascista». Regime, rimarca il deputato, fondato sul «sistema della violenza».
La conclusione del discorso, più che ai deputati della XXVII legislatura, sembra voler attestare ai posteri che, nel momento in cui si è ufficializzato l’assassinio del sistema democratico, un deputato ha testimoniato dinanzi al Parlamento la forza della legalità. I resoconti giornalistici informano che la parte finale è pronunciata a voce altissima, per sovrastare l’«ululato» che sale dall’aula:
“Noi deploriamo che si voglia dimostrare che solo il nostro popolo nel mondo non sa reggersi da sé e deve essere governato con la forza. Molto danno avevano fatto le dominazioni straniere. Ma il nostro popolo stava risollevandosi ed educandosi, anche con l’opera nostra. Voi volete ricacciarci indietro. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità domandando alla Giunta delle elezioni il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza.”
Secondo un giornalista parlamentare, l’aula si trasforma in «una marea di indemoniati: 350 deputati si dimenano, urlano…». Accrescono il frastuono i fascisti che occupano le tribune del pubblico, costringendo i carabinieri a sgomberarle a forza… Il deputato umbro Elia Rossi Passavanti (medaglia d’oro al valor militare) minaccia il presidente Rocco che, se concederà nuovamente la parola a Matteotti, i fascisti lasceranno l’aula: è un’evidente ammissione di sconfitta. Per riportare alla calma il presidente della Giunta per le elezioni, Casertano, assicura che la Giunta respingerà la proposta di Matteotti; siccome quest’ultimo accenna a una contestazione, viene travolto da improperi (nella pudica verbalizzazione: «Rumori») e deve desistere, tranne contraddirlo nuovamente quando Casertano afferma che il segretario del PSU non avrebbe presentato i reclami a rigore di legge: «Ci sono! Ci sono!». Siccome continuano contumelie e corpo a corpo, il governo delega a intervenire il vicepresidente della Camera Francesco Giunta, che però – invece di favorire il ritorno alla normalità – eccita gli spiriti, accusando Matteotti di «intemperanze» e «impudenze» che suscitano nei «giovani compagni della gloriosa falange una giusta ira e una giusta protesta»; con fare esagitato minaccia gli oppositori: «Squadrista nel Paese, io mi sento squadrista a Montecitorio! Ma noi non dobbiamo prestarci al giuoco di quella congrega che va dall’on. Amendola all’on. Matteotti. Noi quindi cercheremo di mettere a posto quella masnada di uomini…».
A quei violenti propositi, avallati silenziosamente dal presidente Rocco, i deputati d’opposizione insorgono e l’amendoliano Roberto Bencivenga (generale, già segretario di Cadorna e pluridecorato di guerra) si fa largo verso l’oratore per fargli rimangiare quegli insulti. Si scatena una rissa terribile e Rocco deve interrompere la seduta. (pp.392-395).
Alla ripresa dei lavori – in assenza di social-massimalisti, social-unitari e comunisti, assentatisi per protesta – Giunta minaccia Bencivenga («Questo illustre generale dell’esercito che qualcuno dovrà mettere a posto!») e afferma che il segretario del PSU «offende gravemente non soltanto il Governo Fascista, non soltanto la maggioranza e il Partito, ma offende profondamente tutto il popolo italiano». Insulta «i ciechi e i malvagi tipo Amendola e tipo Matteotti, gente in mala fede, continuamente in mala fede», per concludere con una sequela d’improperi contro il deputato del Polesine, «rappresentante tipico degli anni del disfattismo». Il rinvio degli atti alla Giunta delle elezioni, per un circostanziato riesame sulla base degli elementi addotti da Matteotti, viene respinto con 285 voti contrari (ai deputati del Listone si aggiungono i giolittiani), 57 favorevoli (social-unitari, social-massimalisti, comunisti, amendoliani e sardisti) e 42 astenuti (popolari e alcuni fascisti, Mussolini incluso). (p.395).
I rapporti di forza hanno assegnato la vittoria al governo, ma il discorso di Matteotti ha steso un’ombra indelebile sulla prova elettorale e rovinato il successo di Mussolini. Vi è una seconda rilevante novità: il segretario del PSU ha unito social-massimalisti, social-unitari, comunisti, liberal-democratici amendoliani, repubblicani e sardisti; presentatisi alle elezioni divisi, si sono coalizzati alla Camera in un fronte antifascista che – pur minoritario numericamente – ha dominato la giornata parlamentare. La seduta termina alle ore 19.20.
All’uscita da Palazzo Montecitorio una decina di colleghi attorniano Matteotti e si complimentano per la prodezza oratoria. Le espressioni sono sorridenti e soddisfatte, come solo possono esserlo alla fine di un esame passato a pieni voti. Matteotti ha un presentimento, e alle congratulazioni di Giovanni Cosattini – deputato friulano e suo compagno di banco – risponde accorato: «Ora preparatevi a fare la mia commemorazione». Cosattini immagina che il segretario sia ancora sotto l’impressione della violenza avversaria, e lo conforta, raccomandando prudenza: «Non prendere le cose tanto in tragico… Ma tienti riguardato: siamo in mano a una banda di delinquenti».
Mussolini è furibondo. Non fosse per la «pecora rognosa», la Camera avrebbe convalidato in pochi minuti i risultati elettorali, in un clima di tripudio. Ha un sussulto di rabbia contro il suo partito, che permette a un capo dell’opposizione di aprire le ostilità alla prima seduta politica della Camera. Finzi testimonierà l’ira funesta del presidente del Consiglio: «Aveva ordinato ai capi della Ceka di far scomparire clandestinamente ma definitivamente i capi più in vista dell’opposizione, cominciando dall’on. Matteotti».
Rientrato al Viminale, a Giovanni Marinelli, che lo avvicina con espressione lugubre, Mussolini dice stizzito: «Cosa fa questa Ceka?!? e Dumini? Che fa?!? Quell’uomo, dopo quel discorso, non dovrebbe più circolare!!». Un segnale eloquente di quanto augura al deputato ribelle. (pp.395-396).
Anche il portavoce del presidente del Consiglio, Cesare Rossi, è scatenato: pochi minuti dopo il discorso di Matteotti si sfoga davanti a un cronista parlamentare col quale ha una certa frequentazione, e che così testimonierà quella confidenza: «Cominciò a vomitare ingiurie e minacce contro l’on. Matteotti, il cui discorso lo aveva sommamente irritato, e che egli definiva essere la peggiore canaglia». Di più: avvicinatosi a un giornalista del «Corriere della Sera», esclama: «Con avversari come Matteotti, non si può lasciare la parola che alla rivoltella». L’asprezza dello scontro induce la questura della capitale a istituire per quella notte un’accorta sorveglianza sotto le case dei deputati Matteotti, Amendola e Bencivenga. Ciò rivela il timore di colpi di mano da parte di squadristi, secondo la prassi già inaugurata ai danni di alcuni esponenti di spicco dell’antifascismo, che in momenti di particolare tensione politica ebbero l’abitazione invasa dalle camicie nere. (pp.396-397).
La tormentata seduta del 30 maggio ha contraddetto le previsioni di una Camera addomesticata. Anzi: ha riunito e rinfrancato le opposizioni, che – invece di restarsene intimidite e zitte come i fascisti immaginavano – esprimono maggior forza rispetto alla precedente legislatura.
Al termine della giornata i dirigenti del PNF sono lividi. L’indignazione si concretizza nella mozione antimatteottiana approvata in nottata dal Direttorio nazionale per deprecare «la negazione sfacciata del formidabile consenso dato alla Rivoluzione Fascista dal Paese sia nelle elezioni, sia nelle continue imponenti manifestazioni di gratitudine al Capo del Governo», ma soprattutto per assicurare che non sarà ammesso alcun discorso di quel tenore: «Il Fascismo così ferito nella sua passione devota alla Patria e così contrastato nei suoi propositi di pacificazione, di ubbidienza e di disciplina, non potrebbe tollerare un ulteriore atteggiamento di provocazione falsificatrice della manifesta volontà del Paese». La direzione del PSU accusa i vertici fascisti di «trovare motivi e suggestioni a nuove violenze», in un comunicato considerato dal PNF come «nuova provocazione dei socialisti unitari». (p.397).
