
Atto III, scena 1, versi 123
Antifolo di Efeso è accompagnato da Angelo, un orafo che sta realizzando una catena per Adriana, la moglie, e da Baldassarre, un mercante, che non vede l’ora di portare a casa sua. Antifolo di Efeso è sorpreso nello scoprire la sua porta chiusa a chiave e la voce di un portiere che rifiuta l’ingresso. Quando il portiere, Dromio di Siracusa, si annuncia come “Dromio”,
scena 1, versi 42-47
ANTIPHOLUS [OF EPHESUS]
What art thou that keepest me out from the house I owe?
DROMIO OF SYRACUSE
The porter for this time, sir, and my name is Dromio.
DROMIO OF EPHESUS
O, villain, thou hast stolen both mine office and my name.
The one ne’er got me credit, the other mickle blame
If thou hadst been Dromio today in my place,
Thou wouldst have changed thy face for a name, or thy name for an ass.
ANTIFOLO DI EFESO
Chi sei tu che mi tieni fuori di casa mia?
DROMIO di SIRACUSA (di dentro)
Per il momento, il portiere, signore, e il nome è Dromio.
DROMIO di EFESO
Oh furfante, tu hai rubato insieme il mio posto e il mio nome!
L’uno mi ha dato scarso credito, l’altro non poco biasimo.
Se tu fossi stato oggi Dromio in mia vece, avresti barattato il viso con un brocco di bersaglio, e il brocco …con un asino.
Antifolo sta per sfondare la porta quando Baldassare consiglia di pranzare semplicemente altrove.
scena 1 versi 98-121
BALTHASAR
…
If by strong hand you offer to break in
Now in the stirring passage of the day,
A vulgar comment will be made of it,
And that supposed by the common rout
Against your yet ungalled estimation
That may with foul intrusion enter in
And dwell upon your grave when you are dead.
For slander lives upon succession,
For ever housed where it gets possession.
ANTIPHOLUS [OF EPHESUS]
You have prevailed. I will depart in quiet,
And in despite of mirth mean to be merry.
I know a wench of excellent discourse,
Pretty and witty; wild, and yet, too, gentle.
There will we dine. This woman that I mean,
My wife – but, I protest, without desert –
Hath oftentimes upbraided me withal.
To her will we to dinner. [To ANGELO] Get you home
And fetch the chain. By this, I know, ‘tis made.
Bring it, I pray you, to the Porpentine,
For there’s the house. That chain will I bestow –
Be it for nothing but to spite my wife –
Upon mine hostess there. Good sir, make haste.
Since mine own doors refuse to entertain me,
I’ll knock elsewhere to see if they’ll disdain me.
BALDASSARE
Se a viva forza cercate, nel più animato momento del giorno, di rompere la porta, se ne farà un triviale chiacchiericcio, e contro la vostra riputazione, finora intatta, tali sospetti saran levati dal volgo che finiranno per infondersi turpemente persino nella tomba, dopo la vostra morte. poiché la calunnia si trasmette moltiplicandosi, né si può sloggiarla quando ha preso stanza.
ANTIFOLO di EFESO
Sia così come voi volete; me ne andrò in pace, e anche senza ragioni di gioia ho in animo di svagarmi.
Conosco una donnetta di ottima conversazione, graziosa
e spiritosa, selvatica e insieme arrendevole. Pranzeremo con
Ici; per questa donna mia moglie, e senza motivo, ve lo accerto, mi ha spesso rimproverato. Pranzeremo da lei.
[Ad Angelo] Tornate a casa e cercate la catena; a quest’ora de-
v’essere finita. E portatela al «Porcospino», vi prego; è là
che andiamo. La catena voglio regalarla alla nostra locandiera, non fosse che per fare dispetto a mia moglie.
Poiché la mia porta si rifiuta di accogliermi, batterò ad altri usci e vedremo se mi si chiuderanno in faccia.
Atto III, scena 2, versi 193
Luciana esorta Antifolo di Siracusa a mantenere almeno una parvenza di concordia coniugale con Adriana: lui risponde corteggiandola e lei se ne va per cercare sua sorella.
scena 2, versi 1-64
LUCIANA
And may it be that you have quite forgot
A husband’s office? Shall, Antipholus,
Even in the spring of love thy love-springs rot?
Shall love in building grow so ruinous?
If you did wed my sister for her wealth,
Then for her wealth’s sake use her with more kindness
Or if you like elsewhere, do it by stealth –
Muffle your false love with some show of blindness
Let not my sister read it in your eye.
Be not thy tongue thy own shame’s orator.
Look sweet, speak fair, become disloyalty.
Apparel vice like virtue’s harbinger.
Bear a fair presence, though your heart be tainted;
Teach sin the carriage of a holy saint;
Be secret-false – what need she be acquainted?
What simple thief brags of his own attaint?
‘Tis double wrong to truant with your bed
And let her read it in thy looks at board.
Shame hath a bastard fame, well managed;
Ill deeds is doubled with an evil word.
Alas, poor women, make us but believe –
Being compact of credit – that you love us.
Though others have the arm, show us the sleeve.
We in your motion turn, and you may move us.
Then, gentle brother, get you in again.
Comfort my sister, cheer her, call her wife.
‘Tis holy sport to be a little vain
When the sweet breath of flattery conquers strife.
ANTIPHOLUS OF SYRACUSE
Sweet mistress, what your name is else I know not,
Nor by what wonder you do hit of mine.
Less in your knowledge and your grace you show not
Than our earth’s wonder, more than earth divine.
Teach me, dear creature, how to think and speak.
Lay open to my earthy gross conceit,
Smothered in errors, feeble, shallow, weak,
The folded meaning of your words’ deceit.
Against my soul’s pure truth why labour you
To make it wander in an unknown field?
Are you a god? Would you create me new?
Transform me, then, and to your power I’ll yield:
But if that I am I, then well I know
Your weeping sister is no wife of mine,
Nor to her bed no homage do I owe.
Far more, far more to you do I decline.
O, train me not, sweet mermaid, with thy note
To drown me in thy sister’s flood of tears.
Sing, siren, for thyself, and I will dote.
Spread o’er the silver waves thy golden hairs
And as a bed I’ll take thee, and there lie,
And in that glorious supposition think
He gains by death that hath such means to die.
Let love, being light, be drowned if she sink.
LUCIANA
What, are you mad, that you do reason so?
ANTIPHOLUS [OF SYRACUSE]
Not mad, but mated. How I do not know.
LUCIANA
It is a fault that springeth from your eye.
ANTIPHOLUS [OF SYRACUSE]
For gazing on your beams, fair sun, being by.
LUCIANA
Gaze where you should, and that will clear your sight.
ANTIPHOLUS [OF SYRACUSE]
As good to wink, sweet love, as look on night.
LUCIANA
Why call you me ‘love’? Call my sister so.
ANTIPHOLUS [OF SYRACUSE]
Thy sister’s sister.
LUCIANA
That’s my sister.
ANTIPHOLUS [OF SYRACUSE]
No,
It is thyself, mine own self’s better part,
Mine eye’s clear eye, my dear heart’s dearer heart,
My food, my fortune, and my sweet hope’s aim,
My sole earth’s heaven, and my heaven’s claim.
LUCIANA
Può accadere che abbiate così obliato i doveri di un marito? Può essere, Antifolo, che in questa primavera di amore le primizie d’amore nascano già guaste? Può l’amore cadere in rovina prima d’essere edificato? Se sposaste mia sorella per la sua ricchezza, per un riguardo alla stessa sua fortuna trattatela con maggior cortesia; o se amate un’altra, fatelo di nascosto, mascherate il vostro sleale amore di un’ingannevole apparenza affinché mia sorella non ve lo legga negli occhi, e non sia la vostra lingua a confessare la vostra vergogna. Abbiate un’aria dolce, una parola affabile, coonestate la vostra doppiezza, vestite il vizio da araldo della virtù, abbiate un onesto aspetto sebbene il vostro cuore sia corrotto, date al peccato le arie della santità, ingannate in segreto.
Perché bisogna che lei ne sia a conoscenza? Quale ladro è così sciocco da vantarsi del suo proprio misfatto? È doppiamente male, essendo infedele al vostro letto, far poi sì ch’ella se ne accorga quando è a tavola con voi. La vergogna che sa destreggiarsi ottiene un buon nome spurio, ma le cattive azioni sono raddoppiate dalle cattive parole. Ahimè, povere donne! Fateci appena credere, credulone come siamo, che ci amate; e se qualche altra ha il vostro braccio, dateci almeno la manica: ci muoviamo nella vostra orbita e voi potete volgerci come volete. — E così, gentile fratello, tornate indietro, consolate mia sorella, rincuoratela, chiamatela vostra sposa. È santa cosa industriarsi alla lusinga, quando il suo dolce soffio può sedare la discordia.
ANTIFOLO di SIRACUSA
Dolce signora – non so quale nome sia il vostro, né per quale miracolo voi avete scoperto il mio – nel vostro senno e nella vostra grazia vi dimostrate una meraviglia di quaggiù, piuttosto divina che umana. Insegnatemi, donna gentile, che cosa debbo pensare e dire, e schiudete al mio grossolano senso terrestre, soffocato dall’errore, debole, misero, vuoto, i riposti significati delle vostre illusorie parole. Perché vi sforzate d’indurre la pura lealtà della mia anima errare in un campo sconosciuto? Siete un nume e volete ricrearmi? Trasformatemi e cederò al vostro potere.Ma se io sono io, so altrettanto bene che la vostra querula sorella non è mia moglie ed io non debbo alcun omaggio al suo talamoMa c’è di più, c’è di più, ed è che mi sento attratto da voi.Oh non indurmi, dolce sirena, col tuo canto ad annegarmi nel fiotto di lacrime di tua sorella; canta per te, sirena, ed io vaneggerò, spandi sull’acque d’argento la tua chioma d’oro in essa io giacerò come in un mio letto. Mi pare, in questo meraviglioso sogno, che s’avvantaggia nella morte chi può così morire. Possa Amor, fiamma lieve, spegnersi se in giù cali.
LUCIANA Siete scapato che ragionate così?
ANTIFOLO di SIRACUSA Non scapato, ma accoppato, anzi accoppiato!, e non so come.
LUCIANA È colpa ch’esce dai vostri occhi.
ANTIFOLO di SIRACUSA Per aver guardato troppo da vicino i vostri raggi, mio dolce sole.
LUCIANA Guardate ciò che dovreste e vi si chiarirà la vista.
ANTIFOLO di SIRACUSA È come chiudere gli occhi, amor mio, a guardare la notte.
LUCIANA. Perché chiamarmi amor mio? Dite questo a mia sorella
ANTIFOLO di SIRACUSA La sorella di tua sorella.
LUCIANA E mia sorella.
ANTIFOLO di SIRACUSA No: sei tu la parte migliore di me stesso, la pupilla degli occhi miei, il più caro cuore del mio cuore, il mio alimento, la mia fortuna, la meta della mia dolce speranza, il solo cielo della mia terra e la mia parte di cielo.
Un inorridito Dromio di Siracusa riferisce al suo padrone che una grassa sguattera afferma di essere fidanzata con lui, e i due siracusani decidono di fuggire da Efeso.
Scena 2, versi 161-168
ANTIPHOLUS S.
There’s none but witches do inhabit here,
And therefore ’tis high time that I were hence.
She that doth call me husband, even my soul
Doth for a wife abhor. But her fair sister,
Possessed with such a gentle sovereign grace,
Of such enchanting presence and discourse,
Hath almost made me traitor to myself.
But lest myself be guilty to self-wrong,
I’ll stop mine ears against the mermaid’s song.
ANTIFOLO di SIRACUSA Solo le streghe abitano questo paese ed è èerò tempo di levarsi di qui. Colei che mi chiama suo marito
io la detesto di tutto cuore come sposa; ma la sua bella sorella, dotata di sì gentil grazia sovrana, di un aspetto e una parola tanto incantevoli, mi ha fatto quasi diventare traditore di me stesso. Ma per non esser colpevole d’un torto verso me stesso voglio chiudere gli orecchi al canto della sirena.
Mentre Dromio cerca una nave, Antifolo incontra Angelo, che con suo stupore gli consegna la catena.
Traduzione di Eugenio Montale – Shakespeare – Teatro volume I – Sansoni 1964
La «Comedy of Errors» di Shakespeare
(da Giorgio Melchiori – Shakespeare, genesi e struttura delle opere – Editori Laterza – 1994)
The Comedy of Errors è dunque una commedia di stretto impianto classico, tanto che rispetta con estremo rigore le unità aristoteliche di tempo, di luogo e d’azione (The Tempest è l’unica altra opera shakespeariana che adotta le stesse regole), racchiusa in una cornice romanzesca.
Si potrebbe perciò porre accanto a The Taming of the Shrew, che era stata apparentemente concepita come una commedia basata sul gioco classico degli equivoci racchiusa in una cornice popolare. Ma in The Shrew la cornice era tanto estranea all’azione da poter essere addirittura eliminata, mentre qui ne è parte integrante.
L’elemento romanzesco è indispensabile per modificare all’interno il senso e i contenuti dei modelli plautini, modelli che sono invece puntigliosamente rispettati sul piano formale, tanto che l’azione è non soltanto continua e localizzata in uno spazio estremamente limitato (la piazza principale di Efeso e le case di Antipholus e della cortigiana, che si immaginano affacciate sullo stesso spazio), ma si svolge nel giro nonché di ventiquattro, di sole otto ore, fra l’ora prima di pranzo e il tramonto di una medesima giornata. La nuova vicenda/cornice del mercante siracusano Egeon, condannato a morte per via del conflitto esistente fra Efeso e Siracusa (allo stesso modo in cui in The Shrew si faceva credere al Pedante in un conflitto fra Padova e Mantova per indurlo ad impersonare il padre di Lucentio), comporta l’introduzione di un finale che in qualche modo capovolge quello delle commedie plautine. Nei Menaechmi i genitori dei simillimi sono morti, e quando nell’ultima scena i due si riconoscono fratelli il Menaechmus di Epidamnum è ben contento di far ritorno con l’altro alla nativa Siracusa, vendendo tutti i suoi beni nella città ove era vissuto, e soprattutto liberandosi della moglie che lo aveva angariato, oltre che della cortigiana Erotium, che era un’amante costosa. Sta appunto nell’atteggiamento verso le figure femminili una differenza fondamentale fra le commedie latine e quella shakespeariana: nei Menaechmi la cortigiana ha molto più spazio della moglie di Menaechmus, e quest’ultima viene presentata come una bisbetica ben peggiore della Shrew di Shakespeare, tanto che il marito non si prova neppure a ‘domarla’. E l’Alcmena dell’Amphitruo è puramente strumentale alla vicenda dello scambio fra Giove e suo marito. In vista del cinismo con cui sono trattate le donne nei modelli plautini, è sorprendente scoprire che in The Comedy of Errors il personaggio che ha la parte più estesa, pronunciando il maggior numero di parole, è Adriana, la moglie fedele dell’Antipholus di Ephesus, che sopporta perfino le scappatelle di quest’ultimo e riesce, grazie soprattutto alla creazione di un altro personaggio femminile, altrettanto positivo, e cioè sua sorella Luciana, a evitare l’errore di Alcmena, che involontariamente tradisce il marito.
In The Comedy of Errors Shakespeare fa dunque ammenda per la misoginia di The Taming of the Shrew, pur affidandosi, e con più elegante precisione, al gioco degli scambi di persona, dei ‘suppositi’, che qui però sono involontari, mentre nell’altra commedia erano deliberati. La nuova commedia sfrutta l’intreccio dei modelli latini, ma lo raddoppia o lo moltiplica non soltanto aggiungendo una seconda coppia di gemelli identici, ma introducendo una serie di agnizioni, in modo da sfruttare fino in fondo tutte le possibilità combinatorie offerte dalla traccia plautina tanto abilmente complicata.
La qualità principale di questa commedia di equivoci sta nella continua creazione di nuove simmetrie sul piano dell’azione come su quello verbale, con movimenti di balletto in cui all’alternarsi dei vari passi si sostituiscono altrettanto calcolate variazioni negli scambi dialogici. Ogni tentazione realistica è subito soffocata: neppure i clown sembrano ricordare, come nelle altre commedie, la nativa Inghilterra. È ben vero che così si rinunzia ad ogni tentativo di caratterizzazione dei personaggi, tutti privi di spessore se non sul piano verbale, sul quale le frequenti rime, l’uso occasionale di metri ormai desueti, i bisticci verbali, arricchiscono le strutture portanti della commedia, che si regge tutta sulle parole.
Da tale punto di vista, The Comedy of Errors anticipa le squisite, astratte strutture retoriche di Love’s Labour’s Lost; ma pur non raggiungendo l’austera e quasi inquietante perfezione della commedia più tarda, è pur sempre un felice esempio di uso dei meccanismi teatrali, dai più semplici ai più sofisticati.
LC 29 marzo 2025
