
Ci sono due situazioni fuori del comune in questa opera di Shakespeare. Il commento ironico sul valore della conoscenza delle lingue (quando Valentino fuggito da Milano diventa il capo dei fuorilegge). La presenza di un cane vero tra i protagonisti: Canchero, il cane di Lanciotto, il servo giullare di Proteo.
Atto IV scena 1: 22- 58
FIRST OUTLAW
What, were you banished thence?
VALENTINE
I was.
SECOND OUTLAW
For what offence?
VALENTINE
For that which now torments me to rehearse:
I killed a man, whose death I much repent;
But yet I slew him manfully in fight,
Without false vantage or base treachery.
FIRST OUTLAW
Why, ne’er repent it, if it were done so.
But were you banished for so small a fault?
VALENTINE
I was, and held me glad of such a doom.
SECOND OUTLAW
Have you the tongues?
VALENTINE
My youthful travel therein made me happy,
Or else I often had been miserable.
THIRD OUTLAW
By the bare scalp of Robin Hood’s fat friar,
This fellow were a king for our wild faction!
FIRST OUTLAW
We’ll have him. Sirs, a word.
SPEED
Master, be one of them; it’s an honourable kind of thievery.
VALENTINE
Peace, villain!
SECOND OUTLAW
Tell us this: have you anything to take to?
VALENTINE
Nothing but my fortune.
THIRD OUTLAW
Know then that some of us are gentlemen,
Such as the fury of ungoverned youth
Thrust from the company of awful men;
Myself was from Verona banishèd
For practising to steal away a lady,
An heir, and near allied unto the Duke.
SECOND OUTLAW
And I from Mantua, for a gentleman
Who, in my mood, I stabbed unto the heart.
FIRST OUTLAW
And I for such like petty crimes as these.
But to the purpose – for we cite our faults
That they may hold excused our lawless lives;
And partly, seeing you are beautified
With goodly shape, and by your own report
A linguist, and a man of such perfection
As we do in our quality much want –
PRIMO FUORILEGGE
Perché, siete stato bandito?
VALENTINO
È così.
SECONDO FUORILEGGE
E per quale reato?
VALENTINO
Uno che molto mi affligge dover raccontare.
Ho ucciso un uomo, della cui morte sono assai pentito –
anche se l’ho ucciso da uomo, in duello, ad armi pari
e senz’ombra di slealtà o tradimento.
PRIMO FUORILEGGE
Be’, non c’è da pentirsi, se è andata così.
Ma vi han messo al bando per tanto poco?
VALENTINO
Sì, e fui pure lieto di uscirne con tale sentenza.
SECONDO FUORILEGGE
Conoscete le lingue?
VALENTINO
I miei viaggi giovanili me ne han dato l’opportunità:
altrimenti mi sarei spesso trovato nelle peste.
TERZO FUORILEGGE
Sulla tonsura del fratacchione di Robin Hood,
costui sarebbe un capo ideale, per la nostra masnada.
PRIMO FUORILEGGE
Sarà dei nostri. Signori, una parola.
SVELTO
Padrone, siate dei loro: son malviventi, ma uomini d’onore.
VALENTINO
Taci, screanzato!
SECONDO FUORILEGGE
Ma dite un po’: davvero non sapete a che santo votarvi?
VALENTINO
Soltanto alla mia buona stella.
TERZO FUORILEGGE
Sappiate allora che alcuni di noi sono gentiluomini,
che l’irruenza di una gioventù intemperante
strappò al consorzio delle persone dabbene.
Io stesso fui esiliato da Verona
per aver tramato il rapimento d’una dama:
un’ereditiera, più o meno imparentata con il Duca.
SECONDO FUORILEGGE
Ed io da Mantova, per via d’un gentiluomo
che, in un impeto d’ira, ho pugnalato al cuore.
PRIMO FUORILEGGE
E io per reati minori della stessa natura.
Ma veniamo al sodo… Noi si cita queste colpe
in parte per giustificare un’esistenza senza legge,
e in parte perché, nel vedervi dotato
di sì bella presenza e – per vostra stessa ammissione –
versato nelle lingue, ed in possesso di quei raffinamenti
che a noi, in questa professione, fan difetto…
Atto IV Scene IV: 1-37
Enter Launce, [with his dog.]
LAUNCE
When a man’s servant shall play the cur with him, look you, it goes hard: one that I brought up of a puppy; one that I saved from drowning, when three or four of his blind brothers and sisters went to it. I have taught him, even as one would say precisely, “Thus I would teach a dog”. I was sent to deliver him as a present to Mistress Silvia from my master; and I came no sooner into the dining-chamber, but he steps me to her trencher and steals her capon’s leg. O, ’tis a foul thing when a cur cannot keep himself in all companies! I would have, as one should say, one that takes upon him to be a dog indeed, to be, as it were, a dog at all things. If I had not had more wit than he, to take a fault upon me that he did, I think verily he had been hanged for’t; sure as I live, he had suffered for’t. You shall judge. He thrusts me himself into the company of three or four gentlemanlike dogs under the Duke’s table; he had not been there, bless the mark, a pissing while, but all the chamber smelt him. “Out with the dog!” says one; “What cur is that?” says another; “Whip him out”, says the third; “Hang him up”, says the Duke. I, having been acquainted with the smell before, knew it was Crab, and goes me to the fellow that whips the dogs. “Friend”, quoth I, “you mean to whip the dog?” “Ay, marry, do I”, quoth he. “You do him the more wrong”, quoth I, “’twas I did the thing you wot of.” He makes me no more ado, but whips me out of the chamber. How many masters would do this for his servant? Nay, I’ll be sworn, I have sat in the stocks for puddings he hath stolen, otherwise he had been executed; I have stood on the pillory for geese he hath killed, otherwise he had suffered for’t. Thou thinkest not of this now. Nay, I remember the trick you served me when I took my leave of Madam Silvia. Did not I bid thee still mark me and do as I do? When didst thou see me heave up my leg and make water against a gentlewoman’s farthingale? Didst thou ever see me do such a trick?
Quando un servo si comporta da cane col padrone – dico bene? – son grane: uno che mi son tirato su sin da cucciolo, uno che ho salvato dall’annegare quando tre o quattro dei suoi fratellini e sorelline, ancora ciechi, fecero quella fine. L’ho ammaestrato proprio a regola d’arte, come si suol dire: “Così andrebbe ammaestrato un cane”. Mi hanno mandato a consegnarlo in dono a Madonna Silvia, da parte del mio padrone: e manco arrivo nella sala da pranzo che lui salta sul vassoio di lei e le fa fuori la coscia di cappone. Oh, gran brutta rogna quando un figlio di cane non sa ben comportarsi in società! Io vorrei avere, tanto per dire, uno che si accolli la responsabilità di fare il cane per davvero, di essere, insomma, cane in tutto e per tutto. Se non avessi avuto più cervello di lui, ad addossare a me stesso le sue malefatte, credo davvero che me l’avrebbero impiccato. Com’è vero che sono vivo, gliel’avrebbero fatta pagare. Giudicate voi stessi: mi s’intrufola in compagnia di tre o quattro cani di razza superiore sotto la tavola del Duca. Non ci rimane, con licenza parlando, il tempo d’una pisciata, che tutta la sala lo sentiva all’odore. “Fuori quel cane!” dice uno. “Che razza di bastardo è quello?” dice un altro. “Cacciatelo via a frustate!” dice il terzo. “Impiccatelo!” dice il Duca. Io, che quell’odoraccio lo conosco bene, sapevo che era Cànchero, e allora corro da quello che frusta i cani. “Amico”, gli faccio, “hai mica in mente di frustarlo, il cane?”. “Sì, perdiana”, fa lui. “Gli fate un grave torto”, faccio io, “son stato io a far quella cosa”. Lui non sta a far cerimonie, ma mi caccia dalla stanza a frustate. Quanti padroni farebbero ciò per un loro servo? Eh sì, ve lo giuro, sono stato messo ai ferri per le salsicce che aveva rubato lui, altrimenti me lo giustiziavano. Sono stato messo alla gogna per delle oche che aveva ucciso lui, altrimenti gliel’avrebbero fatta pagare. Adesso tu a questo non ci pensi. Ma sì, mi ricordo lo scherzo che mi combinasti quando mi congedai da Madonna Silvia. Non te l’avevo detto di tenermi d’occhio, e fare come facevo io? Quando mai mi hai visto alzare la gamba e far pipì sul guardinfante d’una gentildonna? Mi hai mai visto fare uno scherzo del genere?
L’elemento esplicitamente comico del dramma è affidato ai due servi Svelto e Lanciotto. Essi appartengono, si direbbe, a due distinte specie zoologiche; eppure riescono a dialogare, sia pure a base di facezie il cui bersaglio è Lanciotto. Si è pensato che questo personaggio (Launce, nel testo) sia stato immesso nella trama in una fase successiva, forse per merito di William Kempe, bravissimo clown nella compagnia di Shakespeare: immettendo così nel contesto italianato della commedia una corrente di humour popolaresco inglese. Svelto (Speed) appartiene invece a una specie in via di estinzione. Il paggetto disinibito, saccente, faceto, ornamento delle commedie sofisticate del Lyly, veicolo di una vis comica esclusivamente fondata sull’artificio verbale, non ha futuro in un teatro sempre più aperto al pubblico popolare. Shakespeare ce ne offrirà un ultimo esemplare nel Motto (Mote) di Pene d’amor perdute. Svelto è pertanto qualcosa di altro e diverso dal servo di derivazione classica, tipo Commedia degli errori: linguacciuto quanto basta, e servo quanto basta. Svelto non crea situazioni comiche: si limita a commentarle. È svelto solo nel menare la lingua: gli altri gli danno del posapiano, e l’unico amore da lui confessato è quello per il suo letto. Tale distacco emotivo gli permette di vedere ciò che il padrone non vede: come quando Silvia induce Valentino a comporre una dichiarazione d’amore a se stesso (II, i). Ma tale è la sua inconsistenza umana che l’autore, dopo averlo portato con gli altri nella foresta, si dimentica di lui.
Altro è il caso di Lanciotto, progenitore di una genìa di grandi clown: Launcelot Gobbo (il servo di Shylock nel Mercante di Venezia), lo sbirro Dogberry di Molto rumore per nulla, il buffone Touchstone di Come vi piace, e l’ineffabile Bottom, il tessitore del Sogno. Il nome (Launce) è forma abbreviata di Launcelot, dall’antico francese L’ancelot (l’attendente o ausiliario). Ma la sua funzione è tutt’altro che ausiliaria, e in genere è privilegio del primo attore interpretarlo. All’insipienza e follia dei personaggi nobili il clown oppone un suo prosaico ed eccentrico senso della realtà; e non a caso è proprio Lanciotto a definire Proteo «uno che vuol fare il furbo» (a kind of knave) e Valentino «un imbranato» (a notable lubber): definizione sintetica quanto centrata. La riuscita del personaggio è affidata al piglio profondamente serioso con cui egli affronta i casi della vita, alle inflessioni popolaresche della sua parlata, al peculiare rapporto col cane Cànchero: la grande trovata comica del dramma (Crab sta per ‘granchio’, e crabbed per ‘piantagrane’, o carattere imprevedibile e ringhioso). Le memorabili sortite di Lanciotto fanno da contrappunto alle vicende di dame e cavalieri: una crudele, inconsapevole parodia. L’addio alla famiglia (II, iii) è parodia della scena precedente, con il lacrimoso addio di Giulia a Proteo, ed il contrasto tra un padrone che sentenzia che al vero amore si addice il silenzio, e un servo che nel silenzio del cane sente assenza di amore. Il dialogo con Svelto (II, v) parodia anch’esso la scena che precede. La reticenza del clown sui rispettivi padroni («non mi caverai un tal segreto se non per parabole») contrasta con la loquacità di Valentino che ha spiattellato a Proteo ogni suo segreto. Il catalogo di pregi e difetti della donna senza nome di Lanciotto (III, i) è una versione servile della competizione laudatoria dei Gentiluomini (II, iv): concetti stilnovistici, petrarchismo di maniera, incorporee virtù. Ma Lanciotto va al sodo: alle molte magagne della donna, tipo l’alito cattivo, oppone attitudini domestiche, sani appetiti sessuali e un bel gruzzolo di dote (e forse che il Duca guarda tanto per il sottile nel favorire Turione per il suo denaro?). L’ultima sortita del clown (IV, iv) comporta un commento finale che è un po’ la somma delle intenzioni parodistiche dell’autore. Lanciotto ce l’ha messa tutta per educare il cane «proprio a regola d’arte» (come Don Antonio con Proteo), ma qualcosa non ha funzionato. Quel «figlio d’un cane» ha voluto fare la sua figura fra i gentlemanlike dogs e ha solo collezionato figuracce perché la sua vera natura non è quella di un «cane-gentiluomo». Il cane ruba (così come Proteo mente), sporca e mette nei guai il suo mentore ed unico amico (Proteo la fa sporca all’amico e lo mette in guai peggiori). Lanciotto crede, in perfetta buona fede, che il suo cagnone possa sostituire «quella specie di scoiattolo» come dono per Silvia: ma Crab perseguita Silvia con le sue sgradite attenzioni (esattamente come Proteo). Se non altro Crab è un essere sano e normale – tale e quale il padrone – dalle sane e normali malefatte canine: i due impersonano la resistenza della natura all’artificio, e in definitiva il grossolano clown ha cuore e cervello al posto giusto, con la sua fede nell’educazione (del cane), la fedeltà all’amicizia (pel cane), l’abnegazione nel prendersi le frustate (del cane). «Quanti padroni farebbero ciò per un loro servo?» – fa Lanciotto. «Quante donne s’accollerebbero una tale ambasciata?» – dirà Giulia tra poco. Lanciotto è grottesco veicolo di vero amore e idealismo: vorrebbe avere nel cane un’anima gemella e un fedele discepolo, e al cane accredita emozioni e sentimenti umani. Investimento non più assurdo di quello che porta Giulia e Valentino ad aver fede in Proteo, o induce a proclamare eterno il desiderio amoroso, o a fare di una donna un essere di puro spirito.
….
Tre sono invece i temi compiutamente sviluppati e intrecciati fra loro: l’amore, l’amicizia, e l’educazione del gentiluomo. Tutti e tre svolti in chiave ironico-parodistica. Quello dell’educazione è non meno centrale degli altri due (diventerà poi l’asse portante di un testo come Pene d’amor perdute). Il tema, introdotto nelle battute iniziali (il valore formativo del viaggiare) e riproposto da Antonio e Pantino (I, iii), è risollevato in forma grottesca nelle recriminazioni di Lanciotto sui comportamenti di Crab (IV, iv), nell’inopinata elezione di Valentino a capo dei Fuorilegge («Probabilmente il commento più ironico sul valore dell’apprendimento delle lingue che sia mai dato di trovare in letteratura» – Kurt Schlueter), e infine nel rientro di questi ultimi nella buona società: «Son ravveduti, rinciviliti, pieni di buoni propositi / e degni di alti incarichi». Su Proteo (e sul cane) l’impegno educativo è stato profuso invano; e i più maturi Aglamoro e Turione del gentiluomo han la parvenza ma non la sostanza.
Shakespeare, William. I due gentiluomini di Verona. Con testo a fronte. Introduzione di Nemi D’Agostino. Prefazione, traduzione e note di Andrea Cozza Garzanti classici. 1996
(sabato 11 gennaio 2025)
