
4.2
Il maestro di scuola Oloferne e il sacerdote Nataniele stanno osservando la caccia ed esibiscono la loro erudizione a Gnocco,
versi 66-80
HOLOFERNES This is a gift that I have; simple, simple; a
foolish extravagant spirit, full of forms, figures, shapes,
objects, ideas, apprehensions, motions, revolutions.
These are begot in the ventricle of memory, nourished in
the womb of pia mater, and delivered upon the mellowing of occasion. But the gift is good in those in whom it
is acute, and I am thankful for it.
NATHANIEL Sir, I praise the Lord for you, and so may
my parishioners, for their sons are well tutored by you
and their daughters profit very greatly under you. You
are a good member of the commonwealth.
HOLOFERNES Mehercle! If their sons be ingenious, they
shall want no instruction; if their daughters be capable, I
will put it to them. But vir sapit qui pauca loquitur. A soul
feminine saluteth us.
OLOFERNE Oh, il mio è un semplice dono di natura: un
bislacco spirito stravagante, che sprizza forme, figure,
immagini, idee, intuizioni, concetti, con gran movimenti
e sommovimenti, concepiti nel ventricolo della memoria,
nutriti nel grembo della pia mater, e partoriti allorché la
stagione è matura. Ma un dono di natura ha valore solo
se noi sappiamo sfruttarlo al massimo: e così è, per quel
che mi riguarda, sia ringraziato Iddio.
NATANIELE Sia ringraziato, invero! Lo dico anche a
nome dei miei parrocchiani. I loro figli voi li istruite sin
troppo bene, e sotto il vostro magistero* anche le loro
figlie molto hanno appreso: un membro di tutto rispetto,
nella nostra comunità.
OLOFERNE Mehercle! Se i loro figli son ben dotati da
madre Natura, non avran gran bisogno delle mie istruzioni.
Se poi le loro figlie vorranno approfittarne, quel
membro è a loro completa disposizione. Ma il silenzio è
d’oro: vir sapit, qui pauca loquitur. Ed ecco una di queste
verginelle che viene a salutarci.
*Vi sono nell’inglese ovvie allusioni sessuali nell’espressione under you (sotto di voi) e in member (membro)
Giacomina e Zucca arrivano per chiedere di leggere loro la lettera che Giacomina ha ricevuto da “Don Armado”.
Oloferne e Nataniel leggono ad alta voce e si scopre che invece era il sonetto di Biron destinato a Rosalina.
Oloferne consiglia a Giacomina di consegnare la lettera al re, perché “potrebbe interessare molto”.
4.3
Nervoso ma felice al pensiero che Rosalina abbia ricevuto il suo sonetto, Biron si arrampica su un albero per spiare il Re,che sta leggendo ad alta voce il suo sonetto alla principessa.Il Re a sua volta origlia Longueville che legge il suo sonetto a Maria. Longueville osserva poi Dumaine che legge il suo a Caterina.Longueville si fa avanti e rimprovera Dumaine: il Re si fa avanti e rimprovera Longueville per la sua ipocrisia: poi Biron si fa avanti e li rimprovera tutti. Il suo trionfo è però di breve durata, poiché Giacomina e Zucca arrivano con la sua lettera a Rosaline, che inizialmente strappa ma poi confessa. Il Re chiede allora a Biron di “dimostrare/che il nostro amore è legittimo e la nostra fede non lacerata”.Biron infine esorta i suoi colleghi a mettere da parte il loro giuramento innaturale e a dedicarsi al corteggiamento.
Versi 280-385
K I N G
But what of this? Are we not all in love?
BEROWNE
O, nothing so sure, and thereby all forsworn.
K I N G
Then leave this chat, and, good Berowne, now prove
Our loving lawful and our faith not torn.
DUMAINE
Ay, marry, there; some flattery for this evil!
L O N G AV I L L E
O, some authority how to proceed!
Some tricks, some quillets, how to cheat the devil!
DUMAINE Some salve for perjury.
BEROWNE ‘Tis more than need.
Have at you then, affection’s men-at-arms!
Consider what you first did swear unto:
To fast, to study, and to see no woman –
Flat treason ‘gainst the kingly state of youth.
Say, can you fast? Your stomachs are too young,
And abstinence engenders maladies.
O, we have made a wow to study, lords,
And in that wow we have forsworn our books;
For when would you, my liege, or you, or you
In leaden contemplation have found out
Such fiery numbers as the prompting eyes
Of beauty’s tutors have enriched you with?
Other slow arts entirely keep the brain,
And therefore, finding barren practisers,
Scarce show a harvest of their heavy toil;
But love, first learnèd in a lady’s eyes,
Lives not alone immured in the brain,
But with the motion of all elements
Courses as swift as thought in every power,
And gives to every power a double power,
Above their functions and their offices.
It adds a precious seeing to the eye:
A lover’s eyes will gaze an eagle blind.
A lover’s ear will hear the lowest sound
When the suspicious head of theft is stopped.
Love’s feeling is more soft and sensible
Than are the tender horns of cockled snails.
Love’s tongue proves dainty Bacchus gross in taste.
For valour, is not Love a Hercules,
Still climbing trees in the Hesperides?
Subtle as Sphinx; as sweet and musical
As bright Apollo’s lute, strung with his hair.
And when Love speaks, the voice of al the gods
Make heaven drowsy with the harmony.
Never durst poet touch a pen to write
Until his ink were tempered with Love’s sighs.
O, then his lines would ravish savage ears
And plant in tyrants mild humility
From women’s eyes this doctrine I derive:
They sparkle still the right Promethean fire;
They are the books, the arts, the academes,
That show, contain, and nourish all the world;
Else none at all in aught proves excellent.
Then fools you were these women to forswear,
Or, keeping what is sworn, you will prove fools.
For wisdom’s sake, a word that all men love,
Or for love’s sake, a word that loves all men,
Or for men’s sake, the authors of these women,
Or women’s sake, by whom we men are men –
Let us once lose our oaths to find ourselves,
Or else we lose ourselves to keep our oaths.
It is religion to be thus forsworn,
For charity itself fulfils the law,
And who can sever love from charity?
K I N G
Saint Cupid, then! And, soldiers, to the field!
BEROWNE
Advance your standards, and upon them, lords!
Pell-mell, down with them! But be first advised
In conflict that you get the sun of them.
LONGAVILLE
Now to plain-dealing. Lay these glosses by.
Shall we resolve to woo these girls of France?
KING
And win them too! Therefore let us devise
Some entertainment for them in their tents.
BEROWNE
First from the park let us conduct them thither;
Then homeward every man attach the hand
Of his fair mistress. In the afternoon
We will with some strange pastime solace them,
Such as the shortness of the time can shape;
For revels, dances, masques, and merry hours
Forerun fair Love, strewing her way with flowers.
K I N G
Away, away! No time shall be omitted
That will be time and may by us be fitted.
BEROWNE
Allons! Allons! Sowed cockle reaped no corn,
And justice always whirls in equal measure.
Light wenches may prove plagues to men forsworn;
If so, our copper buys no better treasure.
RE
A che pro accapigliarsi? Non siamo tutti innamorati?
BIRON
Lo siamo, eccome! E quindi tutti spergiuri.
RE
Allora fatela finita; e tu, buon Biron, provati a dimostrare
che il nostro amore è legittimo, e la nostra fede inviolata
DUMAINE
Sicuro, perdio! Qui occorre indorare la pillola.
LONGUEVILLE
Ci voglion precedenti autorevoli, una linea d’azione,
cavilli e macchiavelli da infinocchiare anche il diavolo.
DUMAINE
Un balsamo antispergiurico…
BIRON
Ce n’è per tutti i gusti.
Mettetevi sull’attenti, scudieri dell’amore!
Considerate a cosa vi siete bravamente votati:
a digiunare, a studiare, a non veder donna.
Un tradimento bello e buono della Giovinezza, ch’è vostra sovrana!
Ditemi, come fate a digiunare? Son troppo giovani i vostri stomachi,
ed il digiuno ingenera brutti malanni.
Insomma, signori miei, ci siamo votati unicamente allo studio
E con quel voto abbiamo tradito i nostri libri più veri
Quand’è che tu, mio sire, e voi due, amici miei,
trovaste mai in una plumbea disciplina mentale
le rime infuocate che vi hanno invece ispirato
le occhiate seducenti di chi vi educa al bello?
Esistono studi ponderosi che assorbon del tutto la mente
dei loro cultori – che sono infecondi sgobboni:
ma chi li ha visti, i frutti di tante pesanti fatiche?
L’amore invece, che occhi di donna han dapprima ispirato,
non vive di se stesso, murato nel nostro cervello,
ma nobile e fluido, al pari di ogni altro elemento vitale,
invade, rapido come il pensiero, le facoltà umane,
e di ciascuna raddoppia la forza e il vigore,
mentre trascende ed esalta la loro funzione.
L’amore fa dono a chi ama di un occhio sì acuto
che un occhio d’aquila n’è abbacinato, se prova a fissarlo.
L’orecchio di chi ama avverte ogni suono, anche il più impercettibile,
quello che elude sinanco l’orecchio guardingo del ladro.
Il tatto di chi ama si fa delicato e vibrante,
tenero e sensitivo come le antenne di una lumachina.
Il suo palato è assai più raffinato di quello di Bacco;
ed il suo ardire, poi, val bene quello di un Ercole
eternamente a caccia dei pomi delle Esperidi.
L’Amore è enigmatico come la Sfinge, soavemente armonioso,
come il radioso Apollo, che suona la lira sui suoi stessi capelli.
E quando è l’Amore a parlare, gli Dei gli rispondono in coro,
e tutto il cielo s’inebria a cotanta armonia.
Nessun poeta osa mai metter mano alla penna,
senza aver prima stemperato l’inchiostro in lacrime d’amore.
Solo così conquista il poeta le orecchie dei barbari,
solo così riesce a ammansire un crudele tiranno.
Questa teoria io l’attingo dagli occhi delle donne:
son essi a custodire, da sempre, il fuoco di Prometeo.
Son essi i libri, le arti, le scienze di un’accademia
che spiega, comprende e alimenta ogni umana realtà.
Senza di essi, nessuno avrà mai creato qualcosa di eterno.
Siete stati dei pazzi, a ripudiare le donne:
sarete altrettanto pazzi a non ripudiare quei voti.
In nome del buonsenso, che agli uomini piace invocare,
o in nome dell’amore, che gli uomini tutti accomuna;
per amore degli uomini, che rendono donne le donne,
o per amor delle donne, che fanno di noi quel che siamo,
perdiamo la faccia, vivaddio! ma ritroviamo noi stessi,
o finiremo col perder noi stessi per salvare la faccia.
Vi dico anche che il nostro spergiuro è un sacro dovere:
forse che l’amore per gli altri non ce l’impone il Vangelo?
E chi può scinder l’Amore dall’amore per gli altri?
RE
Per San Cupido, allora! In marcia, miei prodi.
BIRON
Spiegate gli stendardi, miei nobili amici, e all’attacco!
Sotto a chi tocca, all’attacco! Ma fate attenzione:
mai dar battaglia, sul campo, col sole negli occhi!
LONGUEVILLE
Bando alle belle frasi, signori, e veniamo al sodo:
siam proprio decisi a far loro la corte, alle francesine?
RE
Come no! E a conquistarle: e per cominciare
pensiamo a come intrattenerle nelle loro tende.
BIRON
Innanzitutto, offriamoci di scortarle dal parco alle tende;
e qui, sui viali del parco, ciascuno di noi
terrà la sua bella per mano: poi, nel pomeriggio,
le intratterremo con qualche insolito diversivo,
per quanto ce lo permette il poco tempo che abbiamo.
Son le ore liete, le feste, i balli, le mascherate,
che apron la strada al dio Amore, in un tripudio di fiori.
RE Su, presto! Non c’è un minuto da perdere,
del poco tempo che abbiamo a disposizione.
BIRON Allons, allons! Chi semina loglio non raccoglie grano,
e la bilancia della giustizia non oscilla invano.
Quelle la sanno lunga: se scopron lo spergiuro
ci mettono alla gogna, è poco ma è sicuro.
Teatro completo di W, Shakespeare- Volume I – Le commedie eufuistiche, a cura di Giorgio Melchiori, traduzione di Andrea Cozza. Mondadori – I Meridiani 1990
Boris Pasternak – Stile e ritmo di Shakespeare
(versione di Angelo Maria Ripellino)
Tre peculiarità distinguono lo stile di Shakespeare. Vi è lo spirito dei suoi drammi, con la loro naturale stesura discorsiva dei brani in prosa o di quando i brani di dialogo in versi sono legati all’azione o al movimento. Ma altrove i torrenti dei suoi versi sciolti sono intensamente metaforici, a volte persino a sproposito, e quindi a scapito della verisimiglianza.
Il parlar figurato di Shakespeare è eterogeneo. Talora si tratta di altissima poesia, talora di aperta retorica, che affastella decine di vuote perifrasi invece di quell’unica parola che l’autore aveva sulla punta della lingua, senza riuscire ad afferrarla di colpo. Comunque, il linguaggio metaforico di Shakespeare, nei suoi bagliori e nella sua retorica, nei suoi vertici e nelle sue frane, è fedele all’essenza primaria di ogni autentica allegoria.
Il metaforismo è la naturale conseguenza del contrasto fra la fugacità dell’uomo e l’immensità dei suoi compiti, concepiti come per un lunghissimo periodo di tempo. L’uomo è costretto a guardare le cose con l’acume di un’aquila e a spiegarsi con illuminazioni repentine, comprensibili a volo. La poesia è tutta qui. Il metaforismo è la stenografia d’una grande personalità, la scrittura abbreviata del suo spirito.
La burrascosa vivezza del pennello di Rembrandt, di Michelangelo e di Tiziano non è frutto d’una scelta premeditata. Pervasi dell’insaziabile brama di abbracciare nei loro dipinti l’intero universo, non ebbero tempo di dipingere in altra maniera. Shakespeare unì in sé lontani estremi stilistici. Ne addensò tanti, che in lui sembrano vivere parecchi autori. La sua prosa è compiuta e rifinita. È scritta da un geniale comico attento all e minuzie, il quale possiede il segreto della concisione ed il dono di contraffare tutto ciò che v’è di curioso e di bislacco nel mondo. Ma in pieno contrasto con la prosa è in Shakespeare il campo del verso sciolto. La sua caoticità interiore ed esteriore irritò Voltaire e Tolstòj.
Molto spesso in Shakespeare pare d’attraversare diversi stadi di affinamento. Un personaggio discorre nelle scene in versi e poi d’improvviso si sfrena in quelle in prosa. In tali casi le scene in versi fanno l’impressione di stadi preparatori, e quelle in prosa di fasi compiute, conclusive.
Per Shakespeare i versi furono la piú veloce e immediata forma di espressione. Egli vi ricorreva come ad un mezzo di rapida registrazione dei pensieri. A tal punto che in molti suoi episodi in versi sembra di scorgere schizzi di scene in prosa. La forza della poesia shakespeariana consiste nel suo carattere di abbozzo che non conosce misura e si sparge in disordine.
Il ritmo è il fondamento della poesia shakespeariana. È la forza motrice del ritmo che determina l’ordine delle domande e delle risposte nei suoi dialoghi, la rapidità del loro alternarsi, la lunghezza e la brevità dei periodi nei monologhi.
Questo ritmo riflette l’invidiabile laconicità della lingua inglese, la quale permette di abbracciare in un unico giambo un’intera sentenza composta di due o di parecchie proposizioni contrapposte. È il ritmo d’una libera personalità storica, che non si crea idoli ed è, grazie a questo, sincera e concisa.
…
L’autenticità di Shakespeare come autore.
Shakespeare è integro e ovunque fedele a se stesso. Egli è legato dalle peculiarità del suo vocabolario. Sotto nomi diversi egli porta certi caratteri da un’opera all’altra e ricanta se stesso in molteplici accordi. In mezzo a queste perifrasi spiccano in specie le sue iterazioni interiori nell’ambito d’un dato dramma. Amleto dice ad Orazio d’essere un vero uomo, e non una banderuola, non un piffero da cui trarre suoni. Alcune pagine dopo Amleto propone a Guildenstern di sonare il flauto nello stesso senso allegorico. Nella tirata del primo attore sulla crudeltà della fortuna, che ha permesso l’uccisione di Priamo, gli dèi sono chiamati a toglierle per punizione la ruota, simbolo del suo potere, a spezzarla e a precipitarne i frantumi giú dalle nuvole nell’abisso del Tartaro. Alcune pagine dopo Rosencrantz nella conversazione col re paragona il potere del monarca alla ruota di un argano idraulico, assicurato ad un’erta, una ruota che tutto travolge sulla strada della propria caduta, se si scuotono i suoi fondamenti.
Giulietta afferra il pugnale che pende dal fianco del morto Romeo, e si trafigge dicendo: « Oh il suo pugnale! Qui è la tua guaina! Qui resta! e dammi la morte». Alcune righe piú sotto il vecchio Capuleti dà in una simile esclamazione a proposito del pugnale che ha sbagliato posto e si trova nel seno di sua figlia invece che nella guaina alla cintola di Romeo. E cosí a non finire, quasi a ogni passo. Che vuol dire tutto questo?
Tradurre Shakespeare è un lavoro che esige fatica e tempo. Se lo si intraprende, bisogna occuparsene giorno per giorno, scindendo il compito in parti abbastanza grosse, perché il lavoro non vada per le lunghe. Il quotidiano inoltrarsi nel testo pone il traduttore nelle ormai remote situazioni dell’autore. Giorno per giorno egli riproduce i movimenti eseguiti una volta dal grande prototipo. Non in teoria, ma in realtà ci si accosta ad alcuni segreti dell’autore, si è iniziati ad essi percettibilmente.
Quando il traduttore si imbatte nelle iterazioni di cui s’è or ora parlato, si convince per esperienza che esse si susseguono a brevi intervalli e trasecolando si pone involontariamente un quesito: chi e in quali condizioni poté dar prova di tanta amnesia nel giro di pochi giorni? Allora, con una tangibilità che non è data allo studioso e al biografo, al traduttore si schiude la certezza del fatto che visse nella storia un individuo, che si chiamò Shakespeare e fu un genio. Questo individuo in venti anni scrisse trentasette lavori in cinque atti, senza contare due poemi e una raccolta di sonetti. Cosí dunque, costretto a scrivere in media due lavori per anno, non ebbe tempo di rilegger se stesso e, spesso, dimenticando ciò che aveva composto il giorno prima, si ripeté nella fretta.
Allora la teoria «baconiana» ti risulta ancor piú incomprensibile. Cominci a chiederti con accresciuta meraviglia che bisogno ci sia stato di sostituire alla semplicità e alla verisimiglianza della biografia shakespeariana un garbuglio di lambiccati misteri, di svisamenti e di immaginarie scoperte.
È mai possibile – ti chiedi senza volerlo – che Rutland, Bacone o Southampton si camuffassero in modo cosí insufficiente e, nascondendosi con l’ausilio d’una sigla o d’un prestanome a Elisabetta e al suo tempo, si scoprissero invece con tanta imprudenza agli occhi di tutta la storia seguente? Qual pensiero recondito o quale scaltrezza si può presupporre in quel colmo di irriflessione che rappresenta quest’uomo indubbiamente esistito, il quale non aveva vergogna degli scorsi di penna, sbadigliava dalla stanchezza dinanzi al volto dei secoli e conosceva se stesso peggio di quanto ora conoscano lui gli studenti delle scuole medie? Nelle palesi debolezze si manifesta la sua forza.
Per incidenza sorge un’altra incertezza. Perché proprio la mediocrità si interessa con tanto fervore delle leggi d’un grande? Essa ha una sua idea dell’artista, un’idea inerte, futile, erronea. Essa comincia dalla supposizione che Shakespeare debba essere un genio a sua immagine, gli applica il proprio criterio, e Shakespeare non lo soddisfa.
La sua vita risulta troppo sorda e monotona per un tal nome. Egli non ebbe una sua biblioteca, e firmò con scrittura troppo ruvida il proprio testamento. Appare sospetto che una sola persona potesse conoscere cosí bene la terra, le erbe, le bestie e tutte le ore del giorno e della notte, come le conosce la gente del popolo, e nello stesso tempo essere esperto nelle questioni della storia, del diritto e della diplomazia, conoscere cosí bene la corte e le sue usanze. E si meravigliano e si meravigliano, dimenticando che un così grande artista come Shakespeare è inevitabilmente tutto l’umano, assunto in una volta.
Da “Il teatro di William Shakespeare – Volume I – Giulio Einaudi editore – 1960”
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LC 7 giugno 2025
