
When, in disgrace with fortune and men’s eyes,
I all alone beweep my outcast state,
And trouble deaf heaven with my bootless cries,
And look upon myself and curse my fate,
Wishing me like to one more rich in hope,
Featured like him, like him with friends possessed,
Desiring this man’s art and that man’s scope,
With what I most enjoy contented least
Yet in these thoughts myself almost despising,
Haply I think on thee, and then my state,
Like to the lark at break of day arising
From sullen earth sings hymns at heaven’s gate;
For thy sweet love remembered such wealth brings
That then I scorn to change my state with kings.
Quando in disgrazia alla fortuna ed agli occhi degli uomini,
tutto solo sono nel pianto sul mio reietto stato,
ed accuso il cielo sordo con i miei vani gridi,
e mi ripiego in me e maledico il fato,
Anelandomi simile a chi più di me speri,
ne ambisco le fattezze e il numero di amici,
o invidio al tale l’arte ed al talaltro ampie mire,
io, il meno appagato da ciò che più mi dà lietezza;
ma in simil pensieri quasi di sprezzo di me stesso
ho d’improvviso idea di te, ed allora il mio stato,
come l’allodola se spunta il giorno, spiccato il volo
dalla tetra terra anima inni alle porte del cielo;
il rammentarsi del tuo dolce amore tale opulenza reca
che non baratterei il mio stato in quel momento neanche con un re.
(Quaranta sonetti di Shakespeare nella traduzione di Giuseppe Ungaretti – Mondadori – Milano 1967)
Quando in disgrazia con la Fortuna e con gli occhi degli uomini
io tutto solo mi lamento della mia condizione di reietto,
e disturbo il cielo sordo con i miei vani gridi,
e guardo a me stesso e maledico il mio destino,
desiderandomi come uno più ricco di speranza,
come quello d’aspetto, come quello circondato di amici,
desiderando il talento di quell’uomo, di quell’altro i vasti orizzonti,
di ciò di cui più godo meno contento,
eppure in questi pensieri quasi disprezzando me stesso,
per avventura io penso a te, e allora il mio stato,
come l’allodola al rompere del giorno in volo
dalla cupa terra canta inni alle porte del paradiso;
poiché il suo dolce amore ricordato reca tale ricchezza
che allora disdegno di cambiare il mio stato con i re.
Traduzione di Alessandro Serpieri da “ Shakespeare Sonetti ” a cura di Alessandro Serpieri, Rizzoli, Milano 1991.
Al Pacino
https://www.youtube.com/watch?v=yU6MvGuHw6w
Sir John Gielgud
https://www.youtube.com/watch?v=lz4qyEyRiiY
Mario Castelnuovo Tedesco Shakespeare sonnets op. 125
https://open.spotify.com/track/1163L9EaJFLt92Kc9Os7z1?si=6uSoSOWGTcOu4G8LZGeNZQ
Sonetto 29 da “ Shakespeare Sonetti ” a cura di Alessandro Serpieri, Rizzoli, Milano 1991.
Straordinario sonetto, formalmente inconsueto perché svolto in un unico movimento sintattico, ritmato solo da brevi cesure interpuntive, in una sorta di oratio perpetua. Le strutture semantiche, tuttavia, reinstaurano la distribuzione tipica del discorso sonettistico in tre quartine e un distico:
vv. 1-4, sentimento di alienazione ed estraneità del soggetto; vv. 5-8 desiderio del soggetto di trasformarsi in altre persone più dotate e felici;
vv. 9-12, recupero di un valore nel pensiero della persona amata;
vv. 13-14, spiegazione della piena positività esistenziale che ribalta la negatività dell’ottava.
Si riscontra, insomma, prima un movimento discendente, quello della disperazione che comincia a invertirsi al v. 9 – vera cerniera semantica del componimento -, e poi un movimento ascendente, figurato nell’alto volo dell’allodola, nonché nel «rompere del giorno», con il trionfo della luce che risponde all’implicita “nera notte dell’anima” di tutta la prima parte.
La parola state, variamente modulata, costituisce la funzione nominale nevralgica di tutte le sequenze indicate, con la sua doppia accezione di “condizione” – esistenziale, emotiva, sociale – e di “rango” o “status”: my outcast state governa il senso della prima quartina; lo state desiderato degli altri, in cui il soggetto vorrebbe trasformarsi, regge, sia pure in absentia, l’articolazione della seconda quartina; il my state della terza si assesta nel totale ribaltamento, in chiave spirituale, della precedente disperazione; infine, il conclusivo «I scorn to change my statewith kings» segna la neoplatonica ricchezza del soggetto che non può più desiderare di cambiarsi in altri, nemmeno nei re, i vertici di quella piramide gerarchica nella quale il soggetto aveva prima individuato esponenti più fortunati di lui.
Se state è dunque il nome-concetto cardinale, il verbo to change – implicito in tutta la seconda quartina ed esplicitato nel distico – ne costituisce il corrispondente predicato. Il cambiare prima è desiderato, poi respinto. Cosicché si può concludere che il sonetto esprime, in modo originalissimo, la consueta dialettica shakespeariana tra il livello mondano e il livello simbolico, tra società e spirito, tra mutamento e immutabilità, e quindi tra tempo e intemporalità.
LC 19 aprile 2025
