Il concerto di debutto del Coro coincideva anche con il primo concerto di Riccardo Chailly alla guida della Verdi, anche se formalmente il ruolo di direttore musicale della Verdi iniziava nel 1999. All’epoca avevamo un direttore principale che era Alun Francis.
Il programma di quel concerto al Teatro Lirico (teatro allora con una pessima acustica), giovedì 8 ottobre, venerdì 9 ottobre e domenica 11 ottobre 1998, era stupendo, tutto “verdiano”: si apriva con il “Quartetto” (eseguito dagli archi dell’orchestra), si proseguiva poi con “Otto romanze per tenore e orchestra” (orchestrate da Luciano Berio). Per inciso, le “Otto romanze” dovevano essere cantate dal tenore Vincenzo La Scola, che si ammalò all’inizio della settimana e abbiamo dovuto trovare un cantante che avesse in repertorio quelle romanze (pochissimi le avevano già fatte e non c’era tempo per studiarle) fummo fortunati a trovare il tenore americano Donald Litaker. La settimana era iniziata con il cardiopalma, ma ci aspettavano altre sorprese.
Il programma finiva con il Coro “lirico-sinfonico Giuseppe Verdi”, (d’accordo con Gandolfi l’avevamo chiamato così), nella esecuzione dei “Quattro pezzi sacri” ( eseguiti in ordine: Ave Maria, Stabat Mater, Laudi alla Vergine Maria, Te Deum).
“Ave Maria” è in latino, con testo liturgico rivisto da Arrigo Boito, composta nel 1889 e rivista nel decennio successivo. Le “Laudi alla Vergine Maria” sono solo per soprani e contralti e il testo è il canto finale della Divina Commedia, il canto XXXIII del Paradiso (musicate attorno al 1890). E questi due brani, come detto, sono “a cappella”. Gli altri due brani sono con l’accompagnamento dell’orchestra: “Stabat Mater” (in latino, su versi di Jacopone da Todi, composto da Verdi tra il 1896 e il 1897) e “Te Deum” (in latino, composto tra il 1895 e il 1896). La prima esecuzione a Parigi il 7 aprile 1898 all’Opéra era intitolata “Tre pezzi sacri” poiché Verdi non ha voluto far eseguire l’Ave Maria. Il 26 maggio Toscanini diresse a Torino la prima italiana e il 16 aprile 1899 li eseguì al Teatro alla Scala.
Quando, nell’ottobre 1897, il compositore inviò a Giulio Ricordi i suoi “pezzi sacri”, Verdi aveva 84 anni. “Verdi non è stato un cattolico credente, né prima del Requiem (1874) né negli anni estremi (con intima pena della moglie, che nelle sue belle lettere parla più volte dell’agnosticismo di Verdi), ma il suo genio e la sua coscienza si chiedevano, certo, il significato dell’uomo e del suo destino, entro i confini e di là da essi. Era, dunque, un austero spirito religioso senza misticismi, ma con un senso profondo dell’ignoto e del sacro, religioso, dunque, di religione umanistica, di cui la sua musica teatrale si era nutrita, e da cui sono nati il Requiem, le Laudi, l’Ave Maria, il Te Deum e l’estrema testimonianza dello Stabat Mater. È musica spirituale e drammatica (in qualche pagina è musica della sua migliore), in cui, come sempre in Verdi, l’invenzione sorge dalla potente immaginazione del “quadro” e dà vigoroso rilievo alla parola.” scrive Franco Serpa.1
Per il Coro era dunque una bella, impegnativa, prova, una sorta di sfida che Gandolfi volle lanciare, per dimostrare che sotto la sua direzione si poteva fare un programma difficile, impervio. Così ci fu una prima prova a luglio, poi, invece delle due prove programmate a settimana, ci furono ben 21 prove dal 31 agosto all’inizio di ottobre. Bisogna considerare che molti dei coristi venivano da fuori Milano, addirittura anche da fuori regione, e che le prove avvenivano alla sera: quindi per tutti era un bel sacrificio, che tuttavia affrontavano con tanta voglia e tantissima passione: superavano qualsiasi ostacolo. Per molti di loro era un fatto straordinario, cantare con una orchestra sinfonica, con un maestro del coro come Gandolfi e con un direttore d’orchestra come Chailly. Nel gruppo vi erano molti ex coristi della Scala, affezionati a Gandolfi, che volevano continuare a cantare. Ma molte persone non avevano grandi esperienze, se non con cori di chiesa e cori amatoriali locali. Durante le audizioni, al Teatro Lirico, Gandolfi vide una signora di una certa età seduta in platea e dal palco le chiese cosa facesse lì; “ho accompagnato mio marito” disse lei e di rimando Gandolfi le chiese se aveva mai cantato e, alla risposta che lei cantava con il marito nel coro della chiesa, Gandolfi le disse che non doveva ascoltare il marito ma che anche lei doveva entrare nel coro. Pensate che gioia per questa coppia, andare poi nel corso degli anni, in giro in tanti teatri in Italia e per il mondo a cantare con il coro Verdi Tokyo, Francoforte, Vienna, Budapest, Las Palmas, Tenerife.
Dopo tutte le prove del coro da solo, iniziarono le prove con l’orchestra. E qui iniziarono i problemi: nei due pezzi a cappella, il coro verso la fine dei brani “calava”, ovvero il suono era leggermente più basso delle note di riferimento.
Dopo alcune prove, coro e orchestra, Chailly voleva togliere dal programma i pezzi a cappella e far cantare al coro solo Stabat Mater e Te Deum, i due pezzi con orchestra. Naturalmente, su questa scelta, Gandolfi non era d’accordo ed anzi vedeva la volontà di Chailly come una mancanza di fiducia e di stima nei suoi confronti. Io ero dunque nel mezzo di una situazione difficile, che rischiava di peggiorare e sentendo, individualmente, le campane dell’uno e dell’altro, capivo che stavamo andando a uno scontro frontale tra due che non mollavano e che da un dissenso artistico si stava scivolando verso una disistima personale. Nei momenti difficili, ci vuole qualcosa che spezzi la spirale negativa e la soluzione fu quella di chiedere al Maestro Carlo Maria Giulini di venire a sentire una prova e di rimetterci al suo giudizio.
All’inizio di settembre 1998 il Maestro Giulini – uno dei grandi direttori d’orchestra del secolo scorso che ha diretto le più importanti orchestre del mondo, amato dal pubblico e dai musicisti – doveva dirigere il concerto inaugurale della stagione de laVerdi: in programma vi era la Jupiter di Mozart e la seconda sinfonia di Brahms. Finita una prova, mentre stava scendendo dal podio, crollò a terra, per fortuna non batté la testa e per fortuna in sala vi era un nostro socio, medico, Luigi Bona, che gli dette assistenza immediata. Per fortuna non c’era niente di grave, ma Giulini decise di ritirarsi dalla attività pubblica, e mi chiese di informare il Concertgebouw di Amsterdam che la settimana dopo non avrebbe diretto l’orchestra olandese. Il suo ritiro dalla attività concertistica venne annunciato da tutti i giornali del mondo. Giulini accettò di diventare il “direttore emerito” de La Verdi e continuò a fare musica con la Verdi, facendo ogni mese, senza pubblico, alcune prove di lettura di Mozart, Beethoven, Brahms, Dvorak e tanti altri autori, non in relazione a concerti ma come esercizi per formare il repertorio dell’orchestra. Scherzando, dicevamo che avevamo un “preparatore” che tutto il mondo ci invidiava. La cosa che ci appariva incredibile è che con un gesto misurato e con poche parole riusciva a trarre dall’orchestra la musica che lui voleva. Con lui, l’orchestra non suonava, ma faceva musica. Sensibile ai problemi della vita musicale italiana, partecipò anche dei nostri problemi economici, destinando il suo compenso ad un fondo per l’acquisto di strumenti musicali; con il quale abbiamo comprato contrabbassi a cinque corde, flauti di legno e oboe d’amore. Inoltre, volle donarci il violino, su cui incominciò a studiare all’età di cinque anni, e la sua bacchetta, che furono poi messi in mostra nell’Auditorium. Ed era un piacere ascoltare i suoi racconti della vita musicale: dalla sua esperienza di viola di fila nella orchestra dell’Augusteo di Roma alle prove con la Callas e Visconti per la memorabile “Traviata”. E poi era sempre disponibile ad incontrare giovani direttori e dare loro suggerimenti e consigli: una volta portai a casa sua Yutaka Sado, un direttore giapponese, emozionato e strafelice di incontrare una figura come Giulini. Un gran signore, gentile e cordiale con tutti, con le persone che lo avvicinavano per strada, con i giovani musicisti verso cui si dedicava con grande generosità, in Italia come in Spagna.
Quindi chiesi al Maestro Giulini il favore di venire a una prova serale dei “Quattro pezzi sacri”: il risultato fu che Chailly accettò che il Coro cantasse tutti i quattro pezzi sacri, e Gandolfi si impegnò a sistemare il problema, con i coristi che si misero a studiare con molta determinazione i due brani “calanti”.
Il concerto ebbe un successo di pubblico strabiliante: 1.484 spettatori giovedì, 1.269 venerdì e 1.283 la domenica per 4.036 spetttatori totali con un incasso lordo di quasi 139 milioni di lire (72.000 euro) a valori di oggi. Tradotto in euro di oggi, pagammo quasi 9.000 euro di Iva e imposta spettacolo (che allora esisteva) con un incasso netto di quasi 63.000 euro.
Un successo artistico ed economico grandioso.
“Tutti gli uomini vogliono essere felici, ma nessuno riesce a vedere bene cosa occorra per rendere la vita felice”
Lucio Anneo Seneca – La vita felice – a cura di Carlo Carena, traduzione di Gavino Manca – Einaudi
Luigi Corbani
(sabato 28 dicembre 2024)
1Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Roma, Auditorium Parco della Musica, 13 ottobre 2012

Commossa. Ricordi. Tanti.
Emozioni, sempre!!!
Che bello questo ripasso. Un abbraccio per tutte queste belle cose
Che straordinario avventura!!!
Giulini era fantastico
Gandolfi è mancato, la Verdi non c’è più e non ho più la stima per Chailly che avevo prima dunque tutto appartiene al passato, bello ma FINITO!!!
Bei ricordi, caro Corby ! Un balsamo dopo tante brutte notizie ! Un bel regalo di Natale ! 👏👏👏👏💝