Regalatevi e regalate l’ultimo numero di “CITTÀ” (novembre 2024): è un libro da gustare con gli occhi e con la mente.
La magia delle fotografie in bianco e nero ci consegna una immagine della Milano a cui noi tutti dobbiamo pensare. non si vedono i barboni, ma si vede quella gente di Milano che fa fatica, che è povera, anche se lavora. Quella Milano che dobbiamo affrontare non solo per solidarietà ma per senso di equità, di giustizia, di dignità. Dallo straordinario volto di copertina al titolo di introduzione al volume “Vite al minimo” si capisce che attraverso le foto e i testi abbiamo di che riflettere sulla città sbarluscente “attrattiva”, che è solo una faccia, minoritaria, della nostra Milano. Scrive Giangiacomo Schiavi:
“Nella Milano dell’attrattività e dell’eventismo, le code alle mense dei poveri segnalano un distacco che si nasconde nella vergogna, ma la metamorfosi in atto oggi è un’altra, meno appariscente, più traumatica: è la povertà che non si riscatta lavorando, la povertà che limita l’accesso ai circuiti del benessere, condizionata da precarietà ed emergenze che non lasciano tempo per i sogni.
L’abbiamo vista da Ruben, il ristorante solidale che la Fondazione Ernesto Pellegrini ha aperto come risarcimento morale nei confronti di chi nella vita è meno fortunato di altri: è una povertà fatta di vite al minimo, di persone che cercano di risalire su un ascensore sociale purtroppo interrotto. Certe storie contraddicono l’ipocrita visione di un uguale status di cittadinanza: ci sono ormai due Milano, dove crescono solitudini e disuguaglianze.
Cercare il volto dei poveri non è facoltativo, è un compito. In questo numero, Città ha cercato nelle facce di chi non vive, ma sopravvive, il vuoto lasciato da quello che si è perduto, i segni di un briciolo di speranza. Si è poveri non perché si è diversi, ma perché qualcosa manca: un lavoro, la casa, la salute, una famiglia, l’istruzione, persino il senso di appartenenza alla stessa società e alla medesima città.
Le immagini sono nude, a volte spietate, spesso intrise di umanità: due grandi fotografi, Ferdinando Scianna e Carlo Orsi, scavano nei ricordi di un’altra Milano, mentre gli scatti di oggi raccontano il percorso in salita di uomini, donne, bambini immersi nella quotidianità dei bisogni o nell’arte di arrangiarsi. È forte il contrasto tra chi scatta selfie nella fashion week e chi è in attesa a uno sportello Asl o in una lavanderia a gettone. Milano è diventata un caso esemplare di come si può essere poveri lavorando e queste pagine sono un invito a riflettere su qualcosa di cui la città si è sempre fatta carico, con il welfare municipale e la generosità privata: anche i poveri, affermava il cardinal Martini, sono a pieno diritto membri della città.
La Fondazione Pellegrini ci ha aiutato a documentare un impegno che dura da dieci anni, con un pasto caldo e un aiuto concreto rivolto ai nuovi poveri: oggi sono in aumento le donne e anche i bambini.
Dietro le facce di Ruben ci sono bisognosi, volontari, fragilità e pudori, ma c’è anche il forte messaggio di speranza portato dal volontariato e dalla generosità. E ci sono i visi che troverete in queste pagine: non sono divisi, formano una grande famiglia.
Milano se vuole sa essere più giusta, più responsabile, più umana.”
Ha ragione Schiavi: certo Milano deve essere più umana, più responsabile e più giusta. E questo è sempre stato l’impegno della Milano riformista, delle sue Amministrazioni comunali di sinistra, che del riscatto economico e sociale dei lavoratori e delle classi meno abbienti hanno fatto il loro obiettivo.
Che senso ha avere 16.000 appartamenti di case popolari sfitti o non costruire da trent’anni a questa parte neanche una casa economica e popolare ? Che senso ha pensare che la sanità non sia di competenza del Comune quando migliaia di persone non hanno medicinali o di che curarsi? Che senso ha pensare ai “foody” quando c’è bisogno che il Comune utilizzi le sue aziende (dall’Ortomercato alla A2A all’ATM) per venire incontro alle difficoltà di cibo, di energia, di trasporti ?
E l’elenco potrebbe essere lungo, ma basta leggere gli articoli di Ferruccio de Bortoli, di Chiara Saraceno, di Ernesto Pellegrini, di Carlo Verdelli, di Fabrizio Ravelli, di Giorgio Terruzzi, di Silvia Balestra, di Paola Calvetti, di Stefano Boeri per capire quanto c’è da fare per questa Milano fuori dai riflettori. E le fotografie ti prendono cuore e mente poiché, nella loro bellezza, ti ritraggono un mondo che facciamo finta che non esista: Maurizio Gjivovich, Stefano Rossetti, Pietro Masturzo, Francesco Cito, Riccardo Bagnoli, Enrico De Santis ritraggono la Milano di oggi mentre Ferdinando Scianna e Carlo Orsi ci ricordano la Milano di ieri. E poi ci sono questi cento ritratti, mischiati, di 50 assistiti e di 50 volontari della Fondazione Ernesto Pellegrini, descritti da Giuseppe Orsi in un pezzo con un titolo bellissimo “DiVisi, quasi uguali” : cento foto che suggellano nell’ultima pagina quello che dovrebbe essere la città di Milano, un luogo dove si salvaguarda la dignità di ogni essere umano. Un grazie di cuore a Giangiacomo Schiavi, a Giorgio Terruzzi e al grande art director, Andrea Lancellotti e ad Ernesto Pellegrini che ha reso possibile questo ritratto di Milano, della povera gente che ha difficoltà anche se lavora. Figuriamoci, quando perde il lavoro, la casa, la famiglia o la salute.
E voglio aggiungere che Ernesto Pellegrini è rimasto uno dei pochi della Milano con il “coeur in man”, di quella borghesia milanese che si impegnava per le opere a favore dei meno abbienti o dei più sfortunati, di quella borghesia che ha costruito enti e istituzioni per l’istruzione, per l’assistenza sociale e sanitaria, per la formazione professionale, per le case dei lavoratori, che è venuta a mancare con questo “capitalismo predatorio” che pensa al profitto nel breve e brevissimo termine.
Luigi Corbani
P.S. Nel giorno in cui è stato presentata questa edizione di “Città, il “Corriere della Sera” titolava in prima pagina “Milano nuovo paradiso fiscale – agevolazioni e flat tax per chi trasferisce redditi dall’estero e investe in immobili – Impennata di residenti in arrivo da tutto il mondo. – per la prima volta anche da Caraibi, Cipro e Lussemburgo – la città esentasse per migranti di lusso”.
Il risultato è che i prezzi salgono – non solo degli immobili in vendita o in affitto – mentre gli stipendi e i salari rimangono fermi, il che si traduce in una mutazione sociale della composizione di Milano.
Si è proprio vero che ci sono due Milano, la città attrattiva per i ricchi, e la città che espelle gli altri. E le disuguaglianze e le solitudini aumentano, non si riducono.
