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Gli anziani possono produrre utilità sociale, creiamo i “collaboratori civici”

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Si parla sempre più apertamente (sui media e non solo) della necessità di spendere bene e in modo proficuo i soldi dell’Unione europea, di abbandonare la pratica delle mance alle corporazioni e a chi può mettere sul piatto pacchetti di voti elettorali e di riorganizzare la macchina pubblica, al fine di farne uno strumento efficace di gestione e, soprattutto, di intervento e controllo attivo. E ci si lamenta della mancanza di visione da parte di una classe politica (considerata nell’insieme senza distinguere fra destra e sinistra, fra maggioranza e opposizione) mediocre ed esangue, cioè senza passione.

Ma per fare e progettare che cosa? Per indirizzarci verso quale futuro? Insomma, con quale visione?

A questo proposito rilanciamo quanto scrisse il professor Francesco Antonini, un medico al quale negli anni Cinquanta l’università di Firenze attribuì la prima cattedra mondiale di geriatria e di gerontologia, che lui occupò per molti anni, sino a quando andò in pensione.

Antonini fu geriatra e gerontologo di fama mondiale e da molti ritenuto il “nume della libera età”, cioè la terza fase della vita, da non considerare vecchiaia perché, come diceva, si è vecchi solo quando non si è più autosufficienti perché colpiti da gravi patologie o da altre infermità.

Ecco che cosa scriveva, fra l’altro, Antonini nel suo libro “I migliori anni della nostra vita”, edito da Arnoldo Mondadori nel 1998, quando Antonini aveva 78 anni: “Sarebbe molto più semplice e produttivo che a una certa età si lasciasse alle persone di graduare la propria uscita dal lavoro dipendente secondo i propri ritmi e le proprie convenienze. Molto probabilmente ci vorrà un nuovo modello sociale per realizzare tutto ciò e io sono convinto che questa nuova società comincerà a nascere nel prossimo secolo, che poi coincide con il prossimo millennio”. E ancora: “Quanto sarebbe più facile e proficuo per tutta la società facilitare il passaggio all’età libera, dove produrre (in senso lato) può diventare un piacere. Quanto più ricchi (certamente di esperienza, di cultura, di socialità e anche di democrazia) saremmo. E senza più conflitti fra ‘’vecchi’’ e ‘giovani’, avendo ristabilito quel ponte fra le diverse generazioni che la società attuale ha distrutto”.

Concetti saggi e ancora più attuali in questo periodo in cui il dilemma riguarda la scelta fra la (ri)costruzione o la costruzione di un nuovo modello economico e sociale. Per quanto mi riguarda la risposta mi sembra ovvia: non si può sciupare un’occasione come quella che stiamo vivendo per impostare e programmare un nuovo futuro, così come ci viene imposto di fare dalla natura (cambiamenti climatici, incremento demografico mondiale, pandemie…) e dallo sviluppo tecnologico, del quale non possiamo fare a meno.

E in quest’ottica un ruolo fondamentale può e deve essere giocato dalla risorsa (o capitale) umana. Della quale fanno parte anche gli “adulti”, come direbbe Antonini, cioè quelle persone di “una certa età” che hanno voglia di impegnarsi a favore della società e hanno esperienza, professionalità e passione da trasmettere ad altri.

In altre parole, è arrivato il momento di chiamare a raccolta chiunque voglia dare una mano nell’ideazione di un nuovo futuro sociale e di coinvolgerlo in progetti specifici. È cioè il momento della partecipazione, concetto sempre sbandierato ma mai veramente perseguito. Ora, però, è necessario praticarlo, con le risorse disponibili. Fra queste, si sarà già capito, c’è chi, a una certa età, ha tempo libero e voglia di impegnarsi a favore della comunità.

Senza scomodare le statistiche, ben sappiamo che le persone di una “certa età”, con esperienza, cultura professionale e tempo libero da utilizzare in Italia sono milioni. E fra queste, decine di migliaia, se non di più, sono disponibili a “dare una mano”, cioè a impegnarsi a favore della comunità.

Per diversi motivi: perché non vogliono esser più relegate ai margini, perché vogliono continuare ad essere attive producendo utilità, per amor proprio, per dare un esempio e anche per autostima. Hanno da “trasmettere” e da “insegnare” e la passione per farlo.

E la comunità? Non potrebbe che trovare vantaggio (come già scrisse Francesco Antonini) dal loro aiuto.

È chiaro però che questa preziosa disponibilità gratuita va organizzata e gestita, oltre che usata per specifici progetti che prima di tutto potranno riguardare corsi di formazione di vari livelli e di diversa natura, che dovrebbero coinvolgere in particolare la pubblica amministrazione.

Quindi nessuna controindicazione?

Certamente non per i “collaboratori civici”, chiamiamoli così, i quali, seppur impegnati senza remunerazione, saranno appagati dalla soddisfazione personale che ne trarranno   e dalla considerazione sociale che riceveranno. Neppure per i bilanci pubblici in quanto si tratterebbe di prestazioni gratuite e “collaborative”, in aggiunta, cioè, alle normali prestazioni di altri soggetti dipendenti.

Certo, questo modello va però costruito e fatto funzionare e quindi gli enti pubblici territoriali – in particolare medie e grosse città, dove questa rivoluzione potrebbe cominciare a muovere i primi passi – dovrebbero attivarsi per realizzarlo, ben sapendo che solo con la partecipazione le città possono diventare (per usare un’immagine di moda) “smart”.

Tuttavia, non è così. Infatti, risulta che in alcune (poche) città il tema qui esposto sia stato illustrato a esponenti della classe politica e amministrativa locale, seppur ufficiosamente e solo a livello di idea. Con il risultato di aver stimolato solo diffidenza.

Come mai? Forse perché si teme il giudizio di interlocutori qualificati e non di semplici votanti?

Sta di fatto che questo tema non è ancora stato ampiamente affrontato e invece meriterebbe un dibattito pubblico sui mezzi di comunicazione da parte di studiosi interessati.

Ma che cosa potrebbero fare i “collaboratori civici”?

Molto dipenderà da come le istituzioni si attrezzeranno per sostenere e indirizzare le Comunità ad affrontare l’evoluzione economico-sociale che prenderà l’avvio prossimamente.

Certamente molto spazio potrà esserci nella formazione a vantaggio del settore pubblico, che dev’essere efficientato e organizzato con nuovi metodi e nuovi obiettivi, se dovrà stare al passo dei tempi.

Poi c’è la necessità di controllare la qualità dei servizi pubblici, di organizzare corsi di aggiornamento scolastico, corsi di doposcuola, di inventare nuovi servizi a favore delle famiglie e dei singoli. C’è la necessità di controllare l’esecuzione di opere pubbliche appaltate, di curare parchi, di gestire orti sociali.

Insomma, i collaboratori civici potranno mettere a disposizione le loro professionalità e la loro esperienza  in molti ambiti, affiancando chi già vi opera. C’è da ridipingere una scuola, da affiancare chi è addetto alle gestione di siti on line delle pubbliche amministrazioni, di ridisegnare alcune procedure amministrative? Ecco che all’occorrenza possono esserci ingegneri, architetti, geometri, avvocati, manager esperti di gestione, insegnanti scolastici e professori universitari pronti a dare una mano. Così come possono esserci imbianchini, elettricisti, carpentieri, coltivatori…

Senza dimenticare, ovviamente, medici e infermieri. E senza dimenticare la “vigilanza sul territorio” che in altri Paesi funziona assai bene.

Il Francia, per esempio, dove esiste l’associazione “Voisines vigilantes”, collegata agli enti locali. È composta da cittadini disposti a controllare che nel quartiere in cui abitano non accada nulla di illegale. In caso contrario sono pronti ad avvertire le autorità per un intervento immediato e anche i privati interessati.  Nei quartieri così protetti sono installati cartelli stradali che avvertono che lì, appunto, funziona questo “allarme sociale”.

Insomma, si spera che nei prossimi anni al mondo ci sia spazio per tutti, anche per chi vuole produrre solo utilità sociale (oltre che personale) dopo aver prodotto, per una vita, utilità economica.

Ezio Chiodini

( domenica 21 marzo 2021)

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